100 anni di jazz. Gianni Coscia: «La mia fisarmonica, l'eretica dello swing»


Massimo Iondini sabato 25 marzo 2017
Intervista al musicista 86enne: «Ho scoperto il jazz quando il primo carroarmato americano entrò ad Alessandria. La tecnica oscura lo stile. Il mio idolo? Armstrong. Ma che gioia suonare con Eco
Gianni Coscia: «La mia fisarmonica, l'eretica dello swing»

«Al mio primo concerto jazz, all’inizio degli anni ’50 al Santa Tecla di Milano, fui fischiato e insultato aspramente. Ma mica perché suonavo male. Era la fisarmonica a non piacere. Associata a polka, tango e a mazurka, non era considerata uno strumento adatto al jazz». Ottantasei anni compiuti il 23 gennaio, avvocato, Gianni Coscia fa sbucare dalle memorie di quei tasti bianco-neri e di quei bottoni echi di guerra lontana, di musica a stelle e strisce e di quel centenario jazz a ritmo di swing che non ha poi molti anni più di lui. «Quando ad Alessandria arrivò il primo carro armato americano, si aprì la torretta e ne uscì un soldato. Fu lì che per tutti noi arrivò anche la musica. Per me fu come se oggi si aprisse lo sportello di un disco volante e uscisse l’omino verde. E quando andavo a sentire suonare questi americani mi piazzavo dietro le quinte per vedere come erano fatti e toccare i loro strumenti. Il mio idolo allora era Louis Armstrong e anch’io avrei voluto diventare un trombettista».
È diventato invece uno dei più grandi fisarmonicisti per puro caso?
«Andò così. Avevo un cugino calciatore, Aristide Coscia, che nel ’42 vinse lo scudetto con la Roma. Appassionato di jazz, mi fece ascoltare per la prima volta Armstrong quando avevo 11 anni. Rimasi folgorato e imparai a suonare la tromba. Ma ci fu lo sbarco degli Alleati in Sicilia, il mio maestro partì e stette via sei mesi. Così mio padre mi propose di suonare la sua fisarmonica. Mi disse: questo è il do, vai avanti tu. È stata la mia prima e unica lezione. La pratica è venuta da sé. Era tale la voglia della gente di dimenticare la guerra e di ballare che tutti i cortili e le balere di Alessandria erano miei».
Ballabili e ritmi popolari che nella sua musica sono sempre presenti, persino nei lavori d’avanguardia.
«Sì, anche nei quattro dischi con il clarinettista Gianluigi Trovesi ci sono polke, tanghi e mazurke. Ritmi popolari mescolati a sonorità contemporanee. La mia peculiarità è che suono uno strumento tradizionale, ma in chiave jazzistica. È la musica che mi porto dentro e mi spiace un certo abbandono negli anni di quel ritmo in “levare” da parte di jazzisti un po’ troppo accademici».
A chi si riferisce in particolare?
«Temo che studiare jazz nei conservatori non sia la strada più giusta. Va benissimo dal punto di vista tecnico, i giovani che sento suonare in giro sanno fare cose strabilianti. Io sono però contento di avere questa età perché ho vissuto il fascino del jazz, lo swing legato a una certa epoca. Che un ragazzo esca dal conservatorio e suoni come Charlie Parker invece mi preoccupa. Rischia di considerarlo un punto di arrivo anziché di partenza. La tecnica esasperata può essere un ostacolo alla ricerca dell’unicità del proprio stile. Bisogna captare e interpretare il suono della contemporaneità».
Armstrong a parte, come fisarmonicista lei a chi ha fatto riferimento?
«Non ho mai preso la cotta per nessun musicista, a parte la big band di Stan Kenton, piena di jazzisti italiani tra l’altro, che mi piaceva per certi arrangiamenti. Non ho mai avuto un idolo, mi interessava il jazz come musica in sé. Consiglio di non innamorarsi mai di nessuno e men che mai del proprio strumento. Io ho ascoltato tanta musica nella mia lunga vita, ma pochissimi fisarmonicisti. Anzi, non ho mai nemmeno avuto la mentalità tipica del fisarmonicista».
Perché, in cosa consisterebbe?
«Nel puntare quasi tutto sul virtuosismo. Basti pensare che ci sono persino i campionati del mondo di fisarmonica. Il fisarmonicista lotta tutta una vita per prevalere, per essere più bravo degli altri. Io non ho mai avuto questa mentalità. Sono un musicista, non un fisarmonicista. Come Gorni Kramer, un faro. Il suo strumento era il contrabbasso, poi divenne famoso con una specie di organetto. Ma si sentiva anzitutto un musicista jazz. Come mi sento io, ormai il più vecchio dopo Franco Cerri e Dino Piana».

Quali suoi dischi ama di più?
«Il recente
Frescobaldi con noi, appena ristampato in vinile. Ricordo con piacere Senti che lune, in duo con il compianto armonicista Bruno De Filippi, ma soprattutto alcuni dischi con Trovesi, come La briscola e In cerca di cibo dove in copertina c’è la presentazione del mio vecchio amico e compagno di liceo Umberto Eco. Con il suo scritto sulla trasversalità della nostra musica ha aiutato anche me e Trovesi a capire che cosa suonavamo. Quanti bei concertini ho fatto con Eco a casa sua...».
E cosa suonavate?
«Il nostro pezzo forte erano variazioni sulla Follia di Corelli, ma anche canzonette e improvvisazioni varie. Lui al flauto dolce era bravissimo. Ma da ragazzo aveva studiato per un anno violoncello e durante la guerra aveva suonato il flicorno contralto, chiamato anche genis. Così viene citato ne Il pendolo di Foucault. Uno dei protagonisti, in gioventù, vuole imparare a suonarlo nella banda per far colpo su una ragazza. Ci sono anch’io in un suo romanzo, La misteriosa fiamma della regina Loana. Sono Gianni Laivelli, il miglior amico, sin dall’infanzia, del protagonista: il libraio antiquario Giambattista 'Yambo' Bodoni».

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