100 anni di jazz. Renzo Arbore: «Vi racconto un secolo a tutto jazz»


Massimo Iondini venerdì 24 febbraio 2017
Renzo “Swing” ricorda il centenario del primo disco jazzistico registrato il 26 febbraio del 1917 «Nell’Original Dixieland c’erano due italiani e i francesi importarono questa musica in Europa»
Renzo Arbore: «Vi racconto un secolo a tutto jazz»

Lievito italiano, anzi siciliano, in quel rivoluzionario impasto sonoro con cui, esattamente cento anni fa, venne sfornato il primo disco della storia del jazz. Era il 26 febbraio 1917 quando la Original Dixieland Jass Band (parola equivoca, “Jass” venne ben presto cambiato in “Jazz”) registrò a New York due facciate su vinile che, per la prima volta, immortalarono e fissarono sui microsolchi di un 78 giri il più straordinario mix antropologico della musica contemporanea. E a dare il la alla colonna sonora del primo Novecento (quel ritmo in cui confluivano echi di marcette, canti blues retaggio del duro lavoro dei neri nelle piantagioni di cotone, ragtime e minstrels) c’era un originale dna «made in Italy». Due dei cinque membri di quella pionieristica band erano siciliani. Cornettista e leader del gruppo Nick La Rocca, al suo fianco il compaesano Tony Sbarbaro alla batteria, quindi Edwin “Daddy” Edwards al trombone, Larry Shields al clarinetto e Henry Ragas al piano. «Per avere idea dell’importanza storica di quella registrazione – spiega il cultore di jazz nonché lui stesso “swinger”, Renzo Arbore – basti pensare che il grande Louis Armstrong nella sua autobiografia ha scritto che aveva 16 anni quando, iniziando a suonare la tromba, ascoltava il primo disco della Original Dixieland Jass Band».

Si può dunque rivendicare a pieno titolo la paternità italiana del jazz.
«Certo, non solo perché è stato Nick La Rocca, figlio di un ciabattino siciliano di Salaparuta, a incidere i primi brani della storia del jazz, Livery Stable Blues e Original Dixieland One Step, ma anche perché è nell’in- sieme che fu determinante il contributo degli italiani. Una paternità sempre sottaciuta dagli americani, ma anche dai francesi che sono stati i primi a importare il jazz in Europa proponendolo come musica da ascolto e non soltanto da ballo. A sdoganare il jazz in Europa fu il critico francese Hugues Panassié, anche se sosteneva che il jazz era solo nero e non lo accettava suonato dai bianchi».


Ma come fu il Big Bang musicale da cui fuoriuscì il jazz?
«La storia è questa. Nel 1835 la Lousiana fu venduta dalla Francia agli Stati Uniti, che decisero di offrire i nuovi terreni a chi li avesse coltivati. Tra i coloni c’erano molti siciliani che arrivavano a New Orleans con i loro agrumi a bordo della nave 'Palermo'. E tra questi c’erano quasi cento musicisti, di cui io ho l’elenco completo. Non a caso a New Orleans, dove approdarono, c’è la prima e unica “Piazza d’Italia” degli Stati Uniti, con il Museo sulle origini italiane del jazz. L’ideatore si chiamava Joe Maselli, adesso il museo è gestito dal figlio. Questi pionieri del jazz erano quasi tutti bandisti: la Sicilia ha sempre avuto una forte tradizione».

Ma dalle marce, perlopiù funebri, al jazz qual è stato il passaggio?

«Soprattutto la domenica, questi musicisti, che durante la settimana lavoravano sodo (Nick La Rocca era carpentiere), si ritrovavano con i loro strumenti in una piazza che si chiamava Congo Square e che ora è Armstrong Park. Lì si mettevano a suonare con i neri soprattutto del Senegal, con un po’ di francesi superstiti e con i cajun, che erano dei canadesi francofoni.

La prima globalizzazione della storia...
«Si mescolarono le basi ritmiche degli africani, quelle bandistiche degli italiani e quelle dei francesi. Molte delle iniziali esecuzioni erano di fatto musiche per banda, ma con il ritmo binario in levare tipico del jazz. Quella formula fu chiamata New Orleans oppure Dixieland, perché in quei paesi del sud circolava ancora una moneta con inciso in francese dix (dieci), da cui appunto dixie.

Dunque il jazz non è nato come musica dei neri.
«È stato terreno comune di suoni e culture del mondo. Quando si incontravano a Congo Square, i bianchi insegnavano ai neri la scala di sette note perché gli africani usavano solo quella di cinque note, la pentatonica. E con la scala di sette note i neri hanno poi inventato e dato vita alla cosiddetta caratteristica nota blu, quella del blues. Ed è stata proprio della Original Dixieland Jass Band di Nick La Rocca la prima pietra migliare. Nick La Rocca è anche importante perché è il padre di uno dei più famosi standard jazzistici, suonato da tutti, Armstrong in testa: Tiger Rag. Ma le primogeniture italiane nel jazz sono state anche altre».

A cosa si riferisce?
«I primi a introdurre il violino e la chitarra nel jazz furono due italiani: Joe Venuti e Eddie Lang, il cui vero nome era Salvatore Massaro. Tutti e due suonavano il violino, ma erano troppi due violini nella stessa orchestra. Così Joe Venuti, con cui ho anche avuto il piacere di suonare, consigliò a Lang di passare alla chitarra non amplificata. Fino a quel momento nel jazz come strumento a corde veniva usato solo il banjo. Lang morì purtroppo a soli 31 anni per una emorragia dopo una tonsillectomia. E Joe Venuti si fece tre giorni di galera per aver preso a pugni il medico che lo aveva operato. Violino e chitarra a parte, il loro grande contributo fu anche quello di aver introdotto ancor di più la melodia nel jazz».

Ma qual è il jazz preferito da Renzo Arbore?
«Quando cominciai a suonare il clarinetto, a Foggia mi chiamavano Renzo Swing. È questo il genere che amo di più e la mia particolare attenzione è sempre stata proprio per i clarinettisti. Considero così un’autentica pietra migliare il famoso concerto di Benny Goodman del 1938 alla Carnagie Hall di New York. La sua versione di Sing, sing, sing sdoganò universalmente il jazz. Quel brano è stato tra l’altro il cavallo di battaglia di un altro grande jazzista italiano famosissimo negli Stati Uniti, il trombettista di origini siciliane Louis Prima».

“Swing era” a parte, come sta oggi di salute il jazz?
«Quello americano sta vivendo un periodo di stanca, tant’è che credo che in questo momento siamo proprio noi italiani i primi al mondo. E proprio negli Usa i nostri musicisti sono i prediletti, uno su tutti il sassofonista siciliano Francesco Cafiso, scoperto a 13 anni da Wynton Marsalis. Non è escluso che dietro al talento di questa genìa ci sia una sorta di dna jazzistico che si trasmette da generazioni, dai tempi di Nick La Rocca».

Lei girò anche uno speciale su La Rocca.
«Andò in onda su Rai 2 e si intitolava E fu subito jazz, con la regia del siciliano Riccardo Di Blasi. Spero che la Rai lo rimandi in onda per questo centenario del jazz. Fu girato tra New Orleans, Chicago, New York, Palermo e Salaparuta, dove c’è il Centro studi “Nick La Rocca”. Ora proprio il Comune di Palermo mi ha chiesto di ricordare il contributo dei siciliani alla nascita del jazz. Si dovrebbe fare un grande raduno di jazzisti in onore di Nick per celebrare quella storica incisione che fece ufficialmente nascere il jazz».

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