100 anni di jazz. Il viaggio di Massimo Colombo da Bach allo swing


Massimo Iondini martedì 16 maggio 2017
Tra i pianisti italiani più prolifici ha appena riletto Bacharach e il genio del barocco. «Sono cresciuto da bambino come organista classico, poi sono stato folgorato da Keith Emerson e Bud Powell»
Il pianista Massimo Colombo

Il pianista Massimo Colombo

Trasversale e rigoroso, accademico e improvvisatore. Sospeso tra classica e jazz, in viaggio di andata e ritorno tra Bach e Bud Powell. Insegna al conservatorio, ma i suoi allievi crescono al suono di blue notes. È l’anima divisa in due, tra tempi binari e composti, del pianista Massimo Colombo, instancabile esploratore di suoni, di stili e di autori, compreso se stesso. In pochi mesi tra vecchio e nuovo anno ha sfornato tre dischi, l’ultimo dei quali è quello che meglio lo rappresenta, Tempered blues. Quarantotto tracce ispirate al Clavicembalo ben temperato, con brani blues scritti in tutte le tonalità: come Bach, 24 elaborati sulle dodici tonalità maggiori e minori ma poi altrettanti improvvisati sulle medesime tonalità. «Un progetto accarezzato da un paio d’anni – dice –, così come da tempo avevo in mente il lavoro precedente», che a Bach ha aggiunto poche altre lettere ma tutt’altra filosofia. S’intola We all love Burt Bacharach, all’insegna del motto del grande songwriter statunitense: «Non vergognarsi mai di scrivere una musica che la gente ricorderà facilmente». Così insieme a musicisti del calibro del batterista Peter Erskine, del contrabbassista Darek Oleszkiewicz, del trombettista Micheal Stever, del sassofonista Bob Mintzer e della cantante Kathleen Grace, Massimo Colombo ha pescato nelle più celebri composizioni di Bacharach, diventate colonne sonore di un’epoca, oltre che di famosi film come Casino Royale (leitmotiv il brano The look of love) o Butch Cassidy and the Sundance Kid (ricordato anche per la canzone Raindrops keep fallin’ on my head). In mezzo, un altro capitolo discografico del sodalizio Inside Jazz Quartet in cui Colombo suona al fianco di Tino Tracanna (sax), Attlio Zanchi (contrabbasso) e Tommaso Bradascio (batteria). In Four by Four Colombo & C. rendono omaggio ad alcuni altri grandi compositori jazz come Billy Strayhorn, Charles Mingus, Dave Holland e Kenny Wheeler.

Un’epoca e un genere, il jazz, che compie cento anni e che qualcuno considera però finito. Che cos’è oggi il jazz?

Si crede che il jazz sia un terreno musicale senza confini, un infinito contenitore di contaminazioni soltanto per il fatto che è il regno dell’improvvisazione. Invece non è così. La peculiarità del jazz è la sua matrice swing con quel tipico portamento delle note, il modo di usarle ritmicamente. Per quanto mi riguarda è il motivo che mi ha fatto lasciare la musica accademica per il jazz, l’unico terreno adeguato alla mia curiosità e sensibilità musicale. È per questo che a 16 anni ho lasciato la musica classica accademica e l’organo per dedicarmi al jazz.

Ma il pianoforte quando è entrato nella sua vita?

Mi sono avvicinato al jazz e al piano a 16 anni, ma avevo iniziato a improvvisare a 8 anni sui tasti di un organo, che poi ho studiato per quasi dieci anni. Allo studio dell’organo devo la tecnica del legato, talmente consolidata che potrei anche fare a meno dei pedali del pianoforte. Da lì viene la mia passione per Bach, che era un grande improvvisatore.

A un certo punto chi è arrivato però al posto di Bach?

Non al posto, ma semmai al fianco. Tant’è che la mia folgorazione sulla via del jazz fu Keith Emerson con i suoi assolo all’organo ai tempi del trio con Lake & Palmer. Emerson, il mio idolo giovanile anche se col jazz non c’entrava niente, citava spesso nei suoi passaggi e nelle improvvisazioni il jazzista che più ho ammirato: Bud Powell, da cui nessun pianista può prescindere. Ma è da un italiano che ho avuto le dritte più importanti per la mia carriera.

Di chi si tratta?

Di un jazzista meno noto di tanti altri, ma assai più bravo. È il grande Mario Rusca, il primo a ipnotizzarmi. Da lui presi anche un paio di lezioni ed è bastato perché imparassi dettagli fondamentali. Dopo Rusca il mio preferito è Franco D’Andrea. Tra i viventi, a livello internazionale, al primo posto tra i pianisti c’è certamente Keith Jarrett. Tra i giovani mi piace Brad Meldhau.

Quali devono essere le qualità di un jazzista?

Io insegno jazz al conservatorio di Bari e considero sempre centrale l’insegnamento dell’armonia, oltre che della tecnica. Il connotato del jazz è sì l’improvvisazione, ma jazzisti non ci si imnprovvisa. Semmai oggi non è la conoscenza dell’armonia il grande problema dei musicisti e dei compositori. Non mi riferisco solo al jazz, ma anche e soprattutto al pop. E lo dico da conoscitore anche di quel mondo, visto che a 17 anni, quando ero allievo del conservatorio Verdi di Milano, avevo registrato un disco e fatto una tournée con Alberto Camerini, prima di suonare poi per Rossana Casale, Franz Di Cioccio e di aver fatto un disco con Franco Mussida ai tempi della Pfm.

E qual sarebbe il problema della musica odierna?

In profonda crisi oggi c’è la melodia. Manca l’ispirazione e soprattutto imperversano schemi ripetitivi e musicalmente poco interessanti. Facili e banali motivetti da sottofondo. Siamo bombardati da canzoni e musiche di basso livello che impegnano poco l’ascoltatore, sempre meno capace di attenzione e curiosità. I giovani soprattutto si sono abituati a percepire e fruire la musica distrattamente. Per non parlare del disastro provocato dai telefonini: stanno rovinando le nuove generazioni appiattendo la musica e la qualità dell’ascolto. E pensare che quando ero ragazzo io c’era il mito degli stereo hi-fi ed eravamo tutti più o meno audiofili. Oggi suoni e gusto sono stati schiacciati da mp3 e cattiva musica.

Il jazz sembra però un valido baluardo verso la proliferazione di musica da catena di montaggio.

Sì, è vero. Ma i mess media non se ne accorgono. Tranne che a notte fonda in qualche raro programma televisivo. Invece oggi più che mai bisogna salvaguardare il buon ascolto dall’impero della confusione. L’ascolto sembra un bene in via di estinzione, da custodire. Anche perché ascoltare va oltre la dimensione musicale, è un valore che tocca e connota l’uomo in tutta la sua persona. Anzitutto perché trasmette il rispetto. Io che insegno so benissimo perché oggi i ragazzi fanno fatica a studiare e a concen-trarsi: intorno ci sono troppi disturbi e input fuorvianti.

Come riavvicinare allora i giovani al gusto della musica di qualità, sia essa jazz, pop o altro?

Suonando. È il compito di noi musicisti, anche se non ce la passiamo granché bene. Soprattutto noi jazzisti con la musica non diventiamo certo ricchi. Se non di passione. I confini musicali però si stanno allargando sempre più. In questo nuovo stimolante melting pot sonoro è possibile sentire suggestive vibrazioni musicali frutto di una nuova mescolanza di generi e di ritmiche, eredi di ciò che un quarto di secolo fa veniva chiamata world music e che un secolo fa dette invece origine al jazz. L’antenato della musica di oggi, ponte tra generazioni e tra genti diverse. Oggi come allora.

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