mercoledì 26 aprile 2017
Intervista al gigante che ha rivoluzionato la storia della batteria. «Dopo la voce le percussioni sono gli strumenti primari dell'uomo»
Billy Cobham alla Leverkusener Jazztage nel 2016 (Andreas Lawen/Fotandi/WikiCommons)

Billy Cobham alla Leverkusener Jazztage nel 2016 (Andreas Lawen/Fotandi/WikiCommons)

«Non saprei dire quali siano stati i jazzisti più importanti o innovativi dei cent’anni del jazz. E che io sia fra di loro conta? Non credo, anzi: non lo penso proprio. Ognuno dà direzioni diverse alla musica e apporti a suo modo importanti allo sviluppo del jazz. Perché il bello del jazz è che ogni cosa nel jazz è possibile: suonando e guardando sempre oltre, verso l’alto». Maschera con eleganza la propria grandezza, Billy Cobham, dai più considerato se non il più grande batterista della storia del jazz quantomeno il più rivoluzionario: giacché il suo incredibile virtuosismo poliritmico a velocità spesso folli ma sempre producendo suoni nitidi e mirati, non solo ha mutato la storia dello strumento (fra effetti elettronici, il passaggio alla doppia cassa, lo sviluppo di un’esplicita composizione batteristica) ma pure quella del jazz medesimo, in cui ha sviluppato il connubio jazz-rock e l’arte della fusion tra i generi. Nato a Panama nel 1944, William Billy Cobham ha vissuto a New York sin da piccolo: e dopo aver debuttato accanto al padre pianista ha suonato con Eddie Gomez, Horace Silver, Randy e Michael Brecker e pure nel fondamentale doppio album Bitches brewdi Miles Davis, dove non venne segnalato sui crediti di copertina per meri problemi editoriali. Nel ’71 l’artista ha dato vita col chitarrista John McLaughlin alla Mahavishnu Orchestra, una delle faccende più importanti del jazz moderno; e subito dopo con l’album solista Spectrum (1973) e il lavoro con George Duke e John Scofield ha continuato a sviluppare un jazz diverso, immerso nel rock come nella sperimentazione sonora (fra sintetizzatori e suoni della natura), sempre rivolto al futuro. Cobham ha poi collaborato con Chick Corea, Kenny Barron, Stan Getz, Ron Carter e rockstar del calibro di Peter Gabriel, dando alle stampe altri album decisivi anche per capirne la poetica quali Simplicity of expression, depth of thought ovvero semplicità d’espressione e profondità di pensiero, Picture this, i lavori col Culture Mix («Per far musica occorre viaggiare, il jazz non è solo jazz e non è solo America…»), il video didattico Drums by design. Di recente ha edito un documentario ( Sonic mirror) sul suo impegno umanitario in Sudamerica, basato sulla musica come fonte di rinascita, ha riletto in tour lo storico Spectrum pubblicandone un doppio maiuscolo live con diversi inediti accompagnato da Gary Husband, Ric Fierabracci e Dean Brown, e con la Frankfurt Radio Big Band ha mescolato ottoni e ritmica in Broad horizon. Sempre con ben in mente la lezione di Miles: «Stare attenti a quello che si suona per imparare dove ci si può migliorare».

Oltre a Miles Davis, chi le ha dato insegnamenti decisivi nel corso della sua lunga carriera?
«Horace Silver, i Brecker… Ma gli insegnamenti dei grandi sono sempre gli stessi, sa? Studiare, perché senza conoscenza non si possono realizzare cose degne di nota, e non cercare il successo, che la musica è un’altra faccenda. Con l’Orchestra e McLaughlin ho imparato al meglio cosa significhi suonare “insieme” agli altri in modo vero: tentando di migliorarsi reciprocamente a partire da un feeling umano».

Che cosa prova, quando pensa alla popolarità del suo
Spectrum quasi quarantacinque anni dopo?
«Ne sono sorpreso… Non l’avrei mai creduto. Vede, nel ’73 avevo in mente suoni diversi, cercavo un rapporto più profondo con musica e strumento, ma trovavo difficoltà a capire la strada giusta. Con Spectrumla trovai, la strada che io chiamo del “suonare la verità”. E che ancora oggi dia frutto è bellissimo».

Supponiamo però che risuonandolo
Spectrumcambi…
«Lo spero! (ride sonoramente, nda) Oggi do più attenzione ai significati musicali, suono con tutto me stesso, ho una maturità diversa per seguire i musicisti che lavorano con me e inserire nella musica la società che ci sta intorno, coi suoi stimoli».

Quanto ha contato e conta l’elettronica, nel jazz?
«È un modo di fare cose migliori usando, se la si possiede, immaginazione. Certo può portare a errori, se travalica lo strumento acustico: in cui c’è l’anima. Però anche abbinare acustica ed elettronica è occasione di disciplinare l’acustica stessa».

Cos’è oggi la fusion, per Billy Cobham?
«La miglior definizione resta: combinare qualunque musica insieme, che significa poi aggiungere tanto al portato del solo musicista. Cambia forme, abbatte confini, migliora stili e personalità».

Che cosa cerca nel 2017 Billy Cobham dalla batteria?
«Esprimere i suoi sentimenti. Tenendo conto che nessuno può né deve suonare da solo, miro a proporre la mia personalità attraverso il rapporto con altri artisti. Il rapporto umano è la base per riuscirvi».

Lei comunque ha dato un senso diverso, alla batteria dentro la musica: e non solo a quella jazz…

«In realtà, dopo la voce le percussioni sono lo strumento primario dell’uomo: è molto più importante di quanto spesso si sia pensato, la batteria. Apre lo spazio, dà dinamica, combina ritmo e consistenza d’espressione; inoltre è strettamente legata al comporre musica perché fa capire dove mettere suoni e dove no, dove ci si può esprimere e perché».

Quali sono stati i batteristi decisivi della storia?
«Elvin Jones, Roy Haynes, Max Roach… Ma anche Lionel Hampton con il vibrafono! Ognuno ha dato un focus diverso al suono, secondo me vanno tutti studiati».

L’improvvisazione per Billy Cobham quanto conta?
«Dice chi sono io. L’improvvisazione viene dalle tue esperienze di vita, dal bene e dal male vissuti».

La spiritualità invece nel jazz ha un peso forte?
«Per me è la base: ma nel senso che dà valore a quanto suono e forza alle mie scelte. La spiritualità non sta nella musica, è dentro l’individuo umano».

Quali dischi jazz insegnerebbe in una scuola?

«Kind of blue di Miles del ’59: lui riusciva a far lavorare i musicisti insieme e insegnava ai giovani a sostenere al contempo melodia e ritmo; My funny Valentinesempre di Miles, un live del ’64 dove la musica sa narrare storie; e album arrangiati da Gil Evans, che portava i musicisti a sviluppare i lenti, faccenda complessa, restando attenti ai contenuti. Ecco, oggi manca capacità di suonare controllati senza perdere significato, si corre e basta. Così alla fine il senso di quanto si suona si perde pure».

© Riproduzione riservata