giovedì 2 marzo 2017
Intervista al simbolo del jazz italiano nel mondo: «Sono completamente autodidatta: ascoltavo dischi, ho visto dal vivo Armstrong e Miles. E ancora oggi ai giovani dico che conta ascoltare»
Il jazzista triestino Enrico Rava, classe 1939

Il jazzista triestino Enrico Rava, classe 1939

«Ecco, questa è una domanda crudele». La voce pacata di Enrico Rava s’incrina sorridendo, al chiedergli quali dischi porterebbe nelle scuole fra tutti quelli usciti nei primi cent’anni del jazz. «Senz’altro uno che contenga Potato head blues di Louis Armstrong del ’27: lo spedirei anche su Marte. Poi Porgy and Bess di Miles Davis e un album qualsiasi di Charlie Parker. Però subito dopo mi pentirei di averle fatto questi nomi e punterei su Concerto for Cootie di Duke Ellington e sulle opere di Dizzy Gillespie e Ornette Coleman. Mi impone scelte crudelissime…». Parla dalla Liguria, il triestino classe ’39 che a sei anni studiava pianoforte con la madre, a dieci scopriva il jazz sui dischi del fratello, a diciotto dopo aver visto Miles Davis a Torino sceglieva di farsi tutt’uno con la tromba, a trenta si stabiliva a New York divenendo il più famoso jazzista italiano nel mondo e ora, dopo aver lavorato con Gato Barbieri, Giorgio Gaslini, Cecil Taylor, Carla Bley, Roswell Rudd, Renato Sellani e Archie Shepp, dopo aver lanciato Massimo Urbani, Furio di Castri e Stefano Bollani, in questi giorni è pure celebrato nei cinema dal docufilm Note necessarie di Monica Affatato. Una pellicola intrisa di musica, storia di Rava, del jazz e della società nell’ultimo mezzo secolo (fra Barbieri filmato da Pasolini e parole del compianto Michel Petrucciani), che testimonia nei cinema un signore che se può si schermisce, di fronte ai dati di fatto di una carriera da oltre cento dischi: e che però è e resterà simbolo del grande jazz italiano nel globo. Un simbolo partito da Chet Baker, protagonista nell’epoca del free jazz e delle istanze sociali, fattosi compositore raffinato e giunto a coniugare jazz su Bizet e Michael Jackson: senza rinunciare né al suo delicatissimo lirismo né alla voglia di cimentarsi con frontiere inedite. Ma può aver paura delle frontiere, l’Enrico Rava che disse... «Negli anni ’50 l’idea di fare il jazzista era un po’ come pensare di poter diventare un cowboy»?

Qual è stato il più importante insegnamento che ha ricevuto Rava, nella sua avventura… da cowboy?
«Non credo che nessuno mi abbia detto niente… Sono completamente autodidatta: ascoltavo dischi, ho visto dal vivo Armstrong e Miles. E ancora oggi ai giovani dico che conta ascoltare. I grandissimi, però».

Chi sono per Enrico Rava i grandissimi, dunque?
«Louis Armstrong: ha codificato una musica che era a livello di folklore facendone un’arte. E poi l’altra faccia degli anni Venti, Bix Beiderbecke: ancora ieri ascoltavo loro dischi… E faccio tutt’altra musica. Poi citerei Duke Ellington, Lester Young padre del sassofono, Charlie Parker forse il più grande, Bud Powell, Thelonius Monk… Ma l’ultimo che ha cambiato il linguaggio conservando le radici è stato Ornette Coleman. Dopo nessuno ha apportato svolte al jazz».

Chi è il jazzista più interessante di oggi, per lei?
«Rimane Wayne Shorter (classe ’33): come Miles fa suonare meglio i musicisti con lui che da soli».

Che cosa ha dato la tromba, il suo strumento, al jazz?
«Penso che sia stato il jazz a dare qualcosa a lei. Prima a parte Haydn non era molto usata: aveva funzione militaresca ancora in Stravinskij. Dopo King Oliver (che debuttò col jazz nel 1917) in pochi anni e specie con Gillespie (padre del bebop a inizio anni ’40), l’evoluzione fu come passare dalla bici alla nave spaziale. Tanto che è il simbolo del jazz: sa guidare ma è anche dolce, e per molti il jazz era Armstrong ed è Miles. Due trombettisti».

C’è qualcosa che manca al trombettista Rava nel 2017?
«Non ci fosse, non avrei motivo di suonare ancora. Da tempo ho raggiunto la possibilità di vivere bene, però vorrei suonare meglio. Non da molto studio lo strumento sul serio, e non mi basta più suonarlo».

Cosa pensa abbiano trovato gli americani in lei?
«Sono stato fortunato. Ho scelto di vivere a New York e Steve Lacy e Coleman mi hanno aperto ogni porta. Oggi per un ventenne è diverso: ora da noi il jazz dà da vivere, all’epoca no; poi oggi là è pieno, di italiani o europei. Nel ’69 ero l’unico e nella città giusta: non c’era mica jazz, in Ohio o in Minnesota».

Come mai c’era invece tanta droga, nel jazz Usa?
«Per conformismo: se non ti “facevi” eri fuori. Ma è stata una cosa durata sino agli anni ’50, in realtà, e quanto pagarono a tale confraternita Chet Baker o Art Pepper, uno dei più grandi… Poi lo show-business è passato al rock’n’roll, e la droga sta coi soldi».

Esiste oggi un jazz italiano, secondo lei?
«Se ne può parlare ma non credo ne valga la pena. La vena melodica? Certo è nel nostro Dna, ma ce l’aveva anche Lester Young. Invece ci sono tanti jazzisti italiani bravissimi: trent’anni fa era impensabile».

Chi sono i grandi dimenticati di cent’anni di jazz?
«La maggioranza! (ride) Per primi cito Tony Fruscella, trombettista di poesia inarrivabile, il sassofonista Frank Strozier (a giugno ottantenne); Dupree Bolton, altro trombettista incredibile».

Di Enrico Rava cosa porterebbe, nelle scuole?
«Il disco Quartet del ’78. Sono molto fiero di quel lavoro, è l’unico che riascolto senza soffrire… ».

A maggio suonerà con la pianista Usa Geri Allen, in estate col trombettista polacco Tomasz Stanko, gira sempre col suo New Quartet… Ha progetti di album?
«Spero esca un cd del trio con Matthew Herbert all’elettronica e Giovanni Guidi al piano, abbiamo tanti live incisi bene e vorrei testimoniare quell’esperienza. Poi è previsto si registri nei nuovi tour, sì: bisogna però vedere come viene la musica, che poi è il bello del jazz. C’è stima, codici comuni, ma solo il palco dice se funziona».

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