martedì 4 agosto 2020
L’attentanto che ha colpito il crocifisso intitolato al Sangue di Cristo «sarà un boomerang» Il dolore di Francesco all’Angelus per il Nicaragua, «un gesto molto importante»
Il crocifisso intitolato al "Sangue di Cristo" calcinato dal fuoco

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«Penso al popolo del Nicaragua che soffre per l’attentato alla Cattedrale di Managua, dove è stata molto danneggiata – quasi distrutta – l’immagine tanto venerata di Cristo, che ha accompagnato e sostenuto durante i secoli la vita del popolo fedele. Cari fratelli nicaraguensi, vi sono vicino e prego per voi». Sergio Ramírez non nasconde l’emozione per queste parole pronunciate da papa Francesco al termine dell’Angelus di domenica. Quando la chiamata lo raggiunge nella sua casa di Managua – dove trascorre la quarantena volontaria, in assenza di misure adottate dal governo per prevenire la pandemia –, le ha appena ascoltate.

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«È un messaggio di sostegno importante. Molto importante. Il Papa dà ancora più forza alla posizione dei vescovi. E attira lo sguardo del mondo, concentrato su altre emergenze, sulla crisi nicaraguense», afferma il celebre scrittore, il primo centroamericano insignito del premio Cervantes. Ramírez è stato anche esponete della giunta rivoluzionaria che, nel 1979, depose la feroce dittatura del clan Somoza. Nonché vicepresidente di quel Daniel Ortega di cui, in seguito è diventato tra i più fieri oppositori. «La rivolta per cui ho lottato appartiene al passato. Ora c’è una retorica rivoluzionaria che non corrisponde alla realtà. L’unico obiettivo dell’attuale governo Ortega è restare aggrappato al potere il più a lungo possibile. Ma il suo declino è irreversibile. Come l’attentato di venerdì alla cattedrale di Managua dimostra».

Quel giorno, un individuo ha scagliato una molotov contro il “Sangue di Cristo”, raffigurazione della crocifissione e simbolo più amato dai fedeli nicaraguensi. Il governo ha cercato di accreditare la tesi dell’incidente, subito smentita dal cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo della capitale. Non è la prima volta, dalle proteste anti-Ortega dell’aprile 2018, che le chiese nicaraguensi vengono colpite.

E non è stata l’ultima: Domenica, un uomo ha fatto irruzione nella parrocchia di Santa Rosa del Peñon a León, durante la Messa, e ha lanciato pietre contro il sacerdote e un’immagine sacra. Nelle stesse ore, il tempio di Corpus Christi, a Managua, è stato assediato dalle turbas, paramilitari al servizio del governo.

Sergio Ramírez, perché questa escalation?
Rientra nella strategia orteguista di acuire le tensioni per poi fare delle concessioni. Il punto è che ormai il lo spazio di manovra del governo è quasi nullo. Isolato internazionalmente e in grave recessione, il suo consenso è ai minimi storici. Specie dall’esplosione della pandemia che ha gestito come se fosse un avversario politico e non un’emergenza sanitaria. Invece di prevenzione e distanziamento, Ortega ha promosso le marce per combattere il virus. Risultato: i contagi si moltiplicano e i cittadini lo considerano incapace di tutelarli.

Perché il governo dovrebbe attaccare la Chiesa?
Una premessa. Non sappiamo se l’attentato alla cattedrale sia stato ordinato dal governo o se sia opera di qualche fedelissimo esaltato dalla retorica orteguista. È evidente, però, che il governo è determinato a coprire il responsabile.

Ortega si professa un fervente cattolico...
Da sempre, il presidente e la vice nonché moglie cercano di manipolare i simboli religiosi per proporsi come unici leader spirituali. La Chiesa è un pericoloso concorrente perché è uno delle pochissime istituzioni indipendenti e credibili. Con la coraggiosa difesa dei diritti umani durante le proteste del 2018, il ruolo dei vescovi come punto di riferimento morale è cresciuto ulteriormente, in patria e all’estero. Il governo non lo tollera. Con l’attacco al Sangue di Cristo, però, ha passato il limite. Ha colpito al cuore il popolo nicaraguense, toccandoli quanto ha di più sacro. Questo si rivelerà un boomerang. Il processo di declino, anche se lungo, è ormai irreversibile.



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