venerdì 12 marzo 2010
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È la "terra-spartiacque" fra due universi: quello della mancanza e quello dell’eccesso, tra il Sud e il Nord del mondo. È questo a rendere il Centroamerica un concentrato di contrasti netti. Sempre più violenti. Negli ultimi anni, "la frontiera si è trasformata in llaga sangrienta (ferita aperta), come ha da poco scritto l’autore messicano Carlos Fuentes. I numeri dell’ultimo rapporto dell’Organizzazione degli Stati americani sono agghiaccianti. Nella regione ci sono oltre 40 omicidi ogni centomila abitanti. Con punte massime in Salvador – dove gli assassinii sono 55 – Giamaica – 49 – e Guatemala – 45. La cifra più alta al mondo. Tra i giovani, poi, il tasso di violenza aumenta esponenzialmente: le vittime sotto i 24 anni in Salvador sono 92 ogni 100mila abitanti. Le Nazioni Unite hanno calcolato che il 75 per cento dei sequestri del Pianeta si verifica in America centro-meridionale. L’attuale esplosione di criminalità in questi Paesi è legata al fatto di essere diventati il principale luogo di transito della droga nel suo viaggio verso l’Occidente. Il punto di partenza è più a Sud, nella parte meridionale del Continente, autentica "fabbrica" di stupefacenti del Pianeta. Nel 2008, secondo l’ultimo rapporto del Dipartimento droga e criminalità dell’Onu (Unodc), l’America Latina ha prodotto circa 36mila tonnellate di cannabis, un terzo del totale. Ogni anno, poi, qui vengono raffinate tra le ottocento e le mille tonnellate di cocaina, cioè praticamente tutta la "polvere bianca" in circolazione. Per motivi ambientali e storici, le coltivazioni di piante di coca sono concentrate nella regione andina, dove si estendono per circa 168mila ettari. La Colombia produce da sola la metà della cocaina disponibile. Il resto viene ricavato in Perù e Bolivia, che immettono nel mercato illegale rispettivamente il 36 e 13 per cento di questa sostanza. La maggior parte degli stupefacenti, però, non viene venduta in loco. Gli alti prezzi rendono la polvere bianca inaccessibile alla maggior parte dei cittadini del Sud del Mondo. Oltre undici dei circa venti milioni di dipendenti da cocaina – sempre secondo dati Onu – risiedono in Europa e, soprattutto, negli Stati Uniti. Nell’emisfero settentrionale si trovano anche sessanta milioni di consumatori abituali di cannabis. Sempre Messico, Colombia e Guatemala, poi, riforniscono di eroina 1,3 milioni di tossicodipendenti nordamericani. La droga non arriva direttamente a destinazione. Per eludere i controlli, i corrieri la sottopongono a una lunga maratona attraverso nazioni e frontiere. Il traffico si snoda lungo varie direttrici geografiche, le cosiddette "narco-vie". La principale è il "corridoio centroamericano", attraverso cui la cocaina filtra dalla Ande verso gli Stati Uniti. Attualmente quasi tutta la polvere bianca destinata agli Usa – il 90 per cento – imbocca questo percorso. Ovvero risale il Continente via terra. Camion imbottiti di cocaina lasciano le zone produttrici e percorrono Panama, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, Guatemala fino al Messico. Da qui passano, attraverso la "porosa frontiera", negli Stati Uniti. In alternativa, la cocaina imbocca la "strada del Pacifico": parte dai porti colombiani e peruviani – o anche ecuadoriani verso i quali può essere agevolmente trasportata in auto – nascosta nella stiva dei pescherecci. Per "sbarcare" in Messico e raggiungere, via terra, il Nord. Un rapporto del’Intelligence Agency for Coca Movement degli Usa ha calcolato che, nel 2006, il 66 per cento della coca entrata nel Paese – circa 500 tonnellate – è passata dalla rotta pacifica. Che ha soppiantato, negli ultimi tempi, il corridoio classico: quello caraibico. Fino alla fine degli anni Novanta, i cartelli colombiani portavano la droga – direttamente in aereo o facendo prima tappa in Venezuela e Guyana – nelle Antille: Giamaica, Porto Rico e, soprattutto, Repubblica Dominicana e Haiti. Quest’ultima, in particolare, è stata a lungo – almeno fino all’inizio della missione di stabilizzazione dell’Onu, nel 2004 – il trampolino perfetto verso gli States per i grandi signori della droga. Le misure di sicurezza nell’isola erano inesistenti, l’autorità centrale debole e corrotta. Non esistevano – e tuttora non esistono – controlli del traffico aereo. I voli carichi di stupefacenti partivano dal Nord, a Cape Haitienne, nell’indifferenza dello Stato. Non che la via haitiana sia stata del tutto abbandonata. Fonti locali assicurano che, prima del sisma, tre "aerei-fantasma", cioè non registrati e con carico "riservato", decollavano ogni giorno diretti negli Usa. Mentre quasi tutta la coca colombiana è destinata al Nord America, a rifornire l’Europa sono Perù – per la maggior parte, il 60-70 per cento – e Bolivia. Nel Vecchio Continente la polvere bianca arriva in aereo. Dai Caraibi o dal Cono Sud, approfittando dei frequenti collegamenti dovuti al boom turistico delle Antille o ai vincoli storico-culturali che legano Argentina, Uruguay, Brasile all’altra sponda dell’Atlantico. Una quantità via via maggiore di cocaina, inoltre, raggiunge i porti europei dall’Africa occidentale. I narcotrafficanti la trasportano qui via Brasile o Venezuela. Per poi caricarla sulle centinaia di "navi invisibili" che si dirigono verso le Canarie o Madeira. La "via africana" è quella che preoccupa di più l’Onu. Perché il narcotraffico tende a fagocitare i Paesi che attraversa. Devastandone il tessuto politico ed economico. È accaduto in America Centrale. Ora, la stessa catastrofe minaccia di ripetersi in Guinea Bissau, Capo Verde, Gambia.
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