sabato 20 gennaio 2024
L’accusa di Medici senza frontiere: «Inesistenti spazi sicuri per la popolazione civile, nemmeno vicino agli ospedali». Si partorisce senza assistenza. Video dei miliziani: «Morto un ostaggio»
Una madre e il suo bambino in una tenda di sfollati a Rafah, nell'estremo sud della Striscia di Gaza

Una madre e il suo bambino in una tenda di sfollati a Rafah, nell'estremo sud della Striscia di Gaza - Ansa

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Le ferite sono «di guerra», ma i feriti no. A Gaza sono diversi: donne e bambini, «moltissimi». «Ero in Ucraina all’inizio di quel conflitto» racconta Enrico Vallaperta, coordinatore medico nella Striscia di Medici senza frontiere (Msf). «In ospedale arrivavano anche donne e bambini, con sindromi da crollo e fratture. Ma non è durato molto, sono stati evacuati. A Gaza non è possibile, perché non c’è un posto dove andare. Nessun luogo è sicuro».

Ne ha viste di guerre, dalla Siria al Sudan del Sud, ma quella di cui è stato testimone fino a giovedì – quando dopo cento giorni è uscito dall’enclave passando in Egitto, nella prevista rotazione del personale internazionale – «è diversa da tutte le altre». «Manca lo spazio. Non c’è posto dove la popolazione possa mettersi al riparo. Persino in ospedale uno dei maggiori problemi era lo spazio: ci è capitato di non poter usare la sala operatoria perché non sapevamo dove mettere il paziente appena operato. Non si riusciva a passare tra un letto e l’altro, e questo comporta rischi igienici e sanitari». Nel sud, da dove arriva, ha lasciato una situazione «indescrivibile». «Con 10 o anche 8 gradi di notte, e la pioggia, vivono in tende di plastica. Sentivamo freddo anche noi negli edifici». Tra i membri dello staff palestinese c’è chi arriva al lavoro dopo aver perso un congiunto e chi è sfollato «anche nove volte».

Vallaperta, infermiere di Terapia intensiva, conosceva già Gaza. «Due anni fa era un mondo completamente diverso. Oggi quello che non è distrutto è gremito di persone». Un milione e 800mila spinti nell’estremo sud, con l’85% della popolazione sfollata. «Ho lavorato nell’ospedale al-Aqsa fino al 6 gennaio, quando abbiamo dovuto evacuare perché i raid colpivano a 200 metri da lì. Avrebbe 240 posti letto, i pazienti erano 660. Più le centinaia di sfollati dentro e attorno all’ospedale, considerato il posto meno insicuro». Ricorda come «straziante» la decisione di andarsene, ma era «impossibile restare e impossibile trasferire i pazienti». Lo staff di Medici senza frontiere si spostò a sud. «Dopo due giorni fu bombardato il nostro rifugio, c’erano oltre cento persone. Incredibilmente la bomba non scoppiò, sarebbe stata una strage. Morì però la figlia di uno degli autisti».

Non c’è più niente di normale, a Gaza. Donne che partoriscono senza assistenza medica, per non sfidare i raid. Malati cronici, soprattutto anziani, rimasti senza cure: non ci sono più farmaci per i diabetici, gli ipertesi, i cardiopatici. La dialisi è diventa un privilegio, con tempi che si dilatano. Sono aumentati gli infarti. «Ma la vera emergenza riguarda il cibo» precisa Vallaperta. Non esiste un programma d’intervento per la malnutrizione, perché non era una sindrome prevista. E invece affligge quasi tutta la popolazione. I più colpiti, come sempre, sono i bambini.

In tre mesi d’inferno, dal 7 ottobre, ne sono venuti al mondo quasi 20mila. Tessa Ingram, portavoce dell’Unicef di ritorno dalla Striscia, riferisce di partorienti morte dissanguate e cesarei d’urgenza praticati da infermiere su sei donne morte. L’agenzia Reuters riporta di un chirurgo, Hani Bseiso, che il 19 dicembre a Gaza City avrebbe amputato una gamba senza anestesia, sul tavolo della cucina, alla nipote che rischiava di morire dissanguata: «L’ospedale dista 2 chilometri, ma era pericoloso uscire».

La relatrice speciale dell’Onu sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, intervistata da El País, arriva a sostenere che «è molto probabile che sia in atto un genocidio», intendendo per tale «la distruzione totale o parziale di un popolo attraverso vari atti di massacro, infliggendo gravi danni mentali o fisici e creando condizioni che rendono la vita impossibile». Per Albanese, che riconosce come «crimine di guerra» l’attacco di Hamas a Israele che provocò 1.200 vittime, la guerra a Gaza è «la mostruosità di questo secolo»: «Sono state usate armi che non dovrebbero essere utilizzate in aree altamente popolate contro una popolazione che vive intrappolata in 365 chilometri quadrati e che ha ricevuto ordini di evacuazione di massa».

Mentre prosegue la battaglia di Khan Yunis, con i carri armati israeliani che avanzano verso il grande ospedale Nasser dove l’esercito sospetta che si nascondano i capi di Hamas, un gruppo armato venerdì sera ha diffuso un video di un ostaggio, affermando che è morto.

È salito a 24.762 morti e 62.108 feriti il bilancio delle vittime. Secondo il ministero della Sanità, controllato dai miliziani, in 24 ore sono stati uccisi 142 palestinesi, e 278 feriti. Un 17enne, che ha anche passaporto statunitense, è morto negli scontri in Cisgiordania.

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