martedì 18 aprile 2023
In tutto il Paese sono più di 7mila i combattenti classificati come “dispersi”: 3mila sono morti ma mancano le salme e non viene certificata l'uccisione. Il dramma dei familiari
Le donne della cittadina di Merefa che aiutano profughi e militari

Le donne della cittadina di Merefa che aiutano profughi e militari - Gambassi

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«Vorrei solo un corpo su cui piangere. E soprattutto avere la conferma di quello che è successo a Victor». Larissa non ha mai smesso di sperare che suo marito non sia stato ucciso al fronte, che nel battaglione a cui era assegnato si siano sbagliati, che il cadavere mai recuperato possa lasciare aperto uno spiraglio. Ma la ragione sembra suggerirle che quella telefonata con cui le annunciavano che Victor era caduto per l’Ucraina sotto una pioggia di fuoco sia del tutto vera. «Però nessuno ha mai certificato il decesso», ripete. E lei non solo non ha più il marito ma neppure la pensione che lo Stato garantisce alle “vedove di guerra”.

Anche Kharkiv fa i conti con i soldati morti-non-morti. «E sono sempre di più le famiglie in cui si vive il dolore di un lutto pressoché certo, anche se per la legge il parente militare è soltanto scomparso in battaglia. E nessuno le aiuta e le sostiene», racconta Oleksandr Yalovol, fondatore dell’hub umanitario “East-West” nato nei primi giorni dell’aggressione russa mentre la seconda città del Paese rischiava di essere invasa dai carri armati di Mosca arrivati da oltre confine, a cinquanta chilometri.

In tutta Ucraina sono oggi più di 7mila i soldati classificati come “dispersi”: secondo il commissario nazionale Oleg Kotenko, il 65% di loro è prigioniero dei russi, mentre il resto è ritenuto morto. Il che equivale a oltre 3mila arruolati. Proprio la vicinanza concreta ai familiari dei “militi ignoti” è una delle priorità dell’associazione “East-West” da cui è sorta la prima piattaforma delle onlus a Kharkiv. «In caso di presunta morte c’è sempre una comunicazione informale da parte delle forze armate – spiega Oleksandr –. Per lo più sono militari caduti in combattimento che i compagni hanno visto uccidere. Ma nessuno si prende la responsabilità di attestare ciò che è accaduto». Per più ragioni o per una serie di circostanze. «Siccome tocca al comandante dichiarare la morte di un sottoposto, capita che anche lui sia stato ucciso. Oppure manca la salma. In genere succedere quando si perde la vita in un territorio occupato dalle truppe russe. Per riavere la salma è necessario uno scambio dei corpi. Procedura che si fa sempre più difficile». La conseguenza è un «doppio dramma per le famiglie. Si è perso un congiunto; e spesso restano le mogli con i figli che non hanno alcun sussidio pubblico». Così arriva il “soccorso” del volontariato che negli oltre quattrocento giorni di guerra è diventato l’altro braccio della resistenza, uno dei pilastri che va sta evitando una crisi umanitaria sotto le bombe.

La rete di “East-West” coinvolge l’intera regione di Kharkiv: dal capoluogo ai villaggi. Fra cibo, medicinali, abbigliamento. E ha uno dei suoi perni nel “paese degli evacuati”, Merefa. Trenta chilometri dalla metropoli, ha visto lievitare il numero di residenti dall’inizio dell’invasione, invece di crollare. «Eravamo 25mila. Oggi siamo 30mila», sottolinea il consigliere comunale Igor Shehyt. Le ultime famiglie arrivate sono quelle in fuga da Bakhmut o Kupyansk, aree fra le regioni di Kharkiv e Donetsk da cui passa la linea del fronte. Perché Merefa è considerata una località sicura, nonostante all’ingresso dell’abitato la scuola “numero 6” sia diventata il simbolo delle atrocità russe nella cittadina: devastata da un missile, con i libri ancora per terra e la lavagna dell’aula di chimica che racconta le lezioni interrotte. «E dire che sopra uno dei portoni restano intatte le stelle dell’Unione Sovietica che, insieme alla data “1950”, ricordano che era stata voluta da Mosca», osserva con amarezza Shehyt. Poi aggiunge: «Sono quasi trenta i razzi piombati qui». Uno ogni quindici giorni.

Ad abbracciare i “nuovi cittadini” che il conflitto ha portato sono le energiche signore che animano il Centro di aiuto sociale. Un polo della solidarietà ospitato nell’asilo pubblico che la guerra ha svuotato per motivi di sicurezza e per le lezioni solo online. Ora è anche un laboratorio fai-da-te per l’esercito che non ha solo bisogno di armi dall’estero ma anche di cibo, vestiario o rifornimenti “minori” spesso garantiti da associazioni e gruppi di cittadini. Come le reti mimetiche che le donne di Merefa assemblano o i calzini cuciti dalle anziane o le candele “delle nonne” per riscaldare un pasto in trincea. «La guerra chiede a tutti di dare una mano», avverte la referente Tetyana Seleznyova. Ma dietro il verde militare delle stoffe c’è più che altro la necessità di riprendere a uscire di casa, di tornare a ritrovarsi, di vincere la solitudine e la paura prima ancora che la guerra.

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