America latina. «Guerra» in carcere: 60 morti in Brasile


Lucia Capuzzi martedì 3 gennaio 2017
Scontro fra narcos rivali per il controllo. «È il massacro più grave di sempre»
«Guerra» in carcere: 60 morti in Brasile

Il massacro è andato avanti per diciassette ore. Dal pomeriggio di domenica fino alla mattina di ieri quando, finalmente, i detenuti hanno liberato i dodici agenti in ostaggio e le autorità sono potute entrare nel carcere Anísio da Jobim di Manaus, nello Stato di Amazonas. All’interno, si sono imbattute in una scena raccapricciante: decine e decine di corpi massacrati, torturati, almeno sei decapitati. Secondo le prime stime, le vittime sono almeno sessanta, ma il bilancio potrebbe salire: all’appello mancano molti reclusi, alcuni sono evasi nel caos. Il bagno di sangue è l’ultimo capitolo della guerra in corso tra le due principali organizzazioni criminali brasiliane: il Comando vermelho (Pv) e il Primeiro comando capital (Pcc).

Il primo gestisce il business della droga a Rio de Janeiro, il secondo a San Paolo. Il fronte del conflitto, però, si trova nel nord e nord-est del Paese, dove passano le rotte di traffico della cocaina verso gli Usa e l’Europa. La concorrenza per il dominio di queste ultime ha provocato la rottura della ventennale alleanza tra Comando Ver- melho – in fase di crisi – e il Pcc, in ascesa e, dunque, ansioso di conquistare nuovi spazi. Le trincee sono le prigioni, formalmente sotto il controllo dello Stato ma, di fatto, data la corruzione dilagante e il perenne sovraffollamento, gestite con ampia discrezionalità dai gruppi delinquenziali. Da dietro le sbarre – dove sono reclusi i leader – spesso arrivano gli ordini per come organizzare gli “affari” fuori.

Ecco perché il controllo dei penitenziari è essenziale. Ad Anísio da Jobim, a comandare sulla popolazione di 2.230 carcerati (la capienza era di 590), è la Família do Norte, gang emergente, legata a doppio filo al Comando Vermelho. Gli esponenti del Pcc sono chiusi in due padiglioni speciali, separati dagli altri per garantirne l’inculumità. La barriera divisoria, però, domenica, non è riuscita a fermare l’offensiva della Familia contro gli uomini del Pcc. Uno sterminio programmato per “ripulire” la prigione. E dimostrare il proprio potere fuori. Proprio ad Anísio da Jobim è cominciata la “guerra do tráfico” — come la chiamano i brasiliani –, tra giugno e luglio 2015, con la decapitazione di tre leader del Pcc. Da allora, omicidi e stragi si sono ripetuti con tragica puntualità. L’epidosio più grave si è verificato lo scorso 16 ottobre. In due attacchi quasi simultanei nei penitenziari di Monte Cristo, nel Roraima e di Porto Velho in Rondônia, sono stati uccisi diciotto detenuti di Comando Vermelho e Familia.

Mai prima d’ora si era avuto un massacro delle proporzioni di Anísio da Jobin. Epitacio Almeida, presidente della Commissione per i diritti umani dell’Ordine nazionale degli avvocati, l’ha definito il «più grave di sempre». Gli analisti, inoltre, temono che la violenza “rimbalzi” fuori dalle carceri. Con conseguenze imprevedibili. Già prima del conflitto tra Comando e Pcc, la violenza nelle favelas di Rio sta pericolosamente aumentando. Il pericolo è che la guerra incendi la città e il resto della nazione.

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