venerdì 12 marzo 2021
Il massacro dei cristiani ortodossi è avvenuto in Oromia una settimana fa. Uccisi dai miliziani un prete e 28 fedeli tra donne e bambini. E in Tigrai Usa all'attacco: è pulizia etnica, via gli eritrei
Famiglie di sfollati tigrini nel campus dell’università di Axum a Scirè

Famiglie di sfollati tigrini nel campus dell’università di Axum a Scirè - LaPresse

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Ancora un massacro di fedeli ortodossi in Etiopia. La strage risale al 5 marzo scorso ed è avvenuta nella regione dell’Oromia, la più grande del Paese. Un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella chiesa ortodossa di Abo a Debos Kebele, ha riferito l’Addis Standard. Testimoni oculari hanno raccontato che i terroristi hanno ucciso il prete in chiesa e portato nella vicina foresta di Gerji 28 persone, tra le quali 21 donne con bambini piccoli, le quali sarebbero state prima violentate e poi uccise con i figli.

Una sopravvissuta, scampata allo stupro e alla strage perché sieropositiva, ha accusato l’Esercito di liberazione Oromo (Ola). La milizia, però, ha inviato all’Addis Standard una lettera respingendo ogni responsabilità e accusando un altro gruppo. Oltre al conflitto in corso nel Tigrai il gigante del Corno d’Africa è dilaniato da anni da violenze interetniche sempre più frequenti, in particolare in Oromia e nel Beshangul Gumuz, regione al confine col Sudan. Dopo il suo insediamento nel 2018, il premier Abiy Ahmed, primo capo di governo oromo, ha avviato un processo di riconciliazione per disarmare i gruppi ribelli e assorbirli nel sistema partitico. Negli ultimi giorni, però, due tra i più grandi partiti di opposizione oromo hanno annunciato che boicotteranno le elezioni politiche di giugno per gli arresti e la repressione del governo federale che ha incarcerato due leader del principale gruppo etnico del Paese, Jawar Mohammed e Bekele Gerba, dopo i disordini seguiti all’omicidio nel giugno 2020 del cantante Hachalu Hundessa soffocati dalla polizia con decine di vittime. Fuori dalle elezioni anche il Fronte di liberazione del popolo tigrino ( Tplf) contro cui il governo ha sferrato il 4 novembre un’offensiva militare non ancora conclusa.

Ma i massacri di civili e i saccheggi nella regione documentati da Ong e media internazionali – oltre ai ritardi nella distribuzione degli aiuti – commessi grazie anche a un blackout comunicativo dalle truppe federali e dagli alleati, le milizie regionali amhara e le truppe eritree (la cui presenza in Tigrai viene continuamente smentita dal regime asmarino) stanno mettendo in difficoltà a livello internazionale Abiy, Nobel per la pace 2019. Mercoledì il segretario di Stato americano Blinken è tornato a chiedere il ritiro immediato degli eritrei, ha accusato gli Amhara di condurre una pulizia etnica nel Tigrai occidentale e ha invitato Addis Abeba a consentire un’indagine internazionale sui crimini contro l’umanità nella regione. In un’intervista all’Afp, il portavoce degli Amhara Gizachew Muluneh ha bollato come propaganda i rapporti di «pulizia etnica dei tigrini».

Abiy deve incassare anche le dimissioni di Berhane Kidanemariam, vice-capo missione presso l’ambasciata d’Etiopia a Washington, per protesta «contro il genocidio portato avanti nella guerra contro il Tigrai e per contestare la repressione e la distruzione che il governo sta infliggendo al resto dell’Etiopia». I report delle agenzie Onu hanno da tempo denunciato che 2,3 milioni di persone sono a rischio fame, oltre 130.000 sono sfollati interni e 60.000 profughi sono in Sudan. A proposito di aiuti umanitari, si sta sbloccando la partenza dall’Italia del volo organizzato dall’ex viceministra degli Esteri nel precedente governo Emanuela Del Re. Le autorità etiopi hanno concesso quasi tutte le autorizzazioni, si attende un rapido via libera.

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