giovedì 4 maggio 2017
La denuncia arriva alla vigilia della sessione del Consiglio per i diritti umani dell'Onu, che analizzerà la situazione delle violenze in città. «In soli due mesi del 2017 ben 182 casi mortali»
La polizia di Rio de Janeiro è ancora sotto accusa per le uccisioni di civili, in particolare giovani (LaPresse)

La polizia di Rio de Janeiro è ancora sotto accusa per le uccisioni di civili, in particolare giovani (LaPresse) - LaPresse

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Ogni giorno, dall’inizio del 2017, tre persone sono state uccise nelle favelas di Rio de Janeiro da un proiettile esploso dalla polizia. La gran parte delle 182 vittime – solo tra gennaio e febbraio – era giovane e nera. “Risposte ad atti di resistenza”, si limitano a dire le forze dell’ordine. Il numero tanto elevato, però, fa sorgere il dubbio che ci sia una certa abitudine al “grilletto facile” della polizia brasiliana. Quest’ultima, del resto, detiene il drammatico record mondiale di “uccisioni durante il servizio”. In particolare, nel corso delle operazioni nelle baraccopoli cittadine.

Amnesty International ha scelto di denunciare questo dramma invisibile alla vigilia dell’esame della situazione dei diritti umani in Brasile da parte del Consiglio Onu, in programma domani a Ginevra. Secondo l’Ong, dall’ultimo esame periodico universale delle Nazioni Unite del 2012, a Rio de Janeiro le uccisioni da parte della polizia sono più che raddoppiate così come altre violazioni dei diritti umani in tutto il Paese. Nel 2015, nella metropoli carioca, gli agenti sono stati responsabili di una morte su cinque, a San Paolo di una su quattro. L’anno scorso, le vittime sono state 920.

Bilancio in vertiginoso aumento

E quest’anno, in base alle prime rilevazioni, la cifra è in vertiginoso aumento. Ciò significa che “il Brasile non ha preso misure sufficienti per affrontare lo scioccante livello di violazioni dei diritti umani, comprese le uccisioni da parte della polizia”, dichiara Jurema Werneck, direttrice generale di Amnesty International Brasile. La violenza è aumentata, negli ultimi anni, anche nelle zone rurali, come rivelato dalla Commissione pastorale della terra, organismo legato alla Chiesa. Quest’ultima ha registrato, nel 2016, 61 uccisioni, 200 minacce di morte e 74 tentati omicidi a leader indigeni nel corso di conflitti per la proprietà agricola e l’utilizzo delle risorse naturali. Si è trattato del secondo anno più violento in un quarto di secolo, dopo il 2013 in cui furono registrate 73 uccisioni. Nel 2017, le vittime sono già 19.

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