giovedì 20 agosto 2015
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Il lavoro, come la festa, non può mancare ai singoli e alle famiglie. Ma non può neanche soggiacere alle sole logiche del profitto e schiacciare tutto il resto. Il lavoro è per la persona, non viceversa. San Giovanni Paolo II ne aveva fatto una delle pietre miliari del suo insegnamento sociale in materia. Papa Francesco riprende quel magistero, lo attualizza e lo approfondisce collegandolo anche alle inevitabili ricadute socio-ambientali, quando fa notare – sulla scia della Laudato si’ – che un lavoro staccato dall’alleanza di Dio con l’uomo e la donna finisce per contaminare anche l’habitat naturale e le nostre stesse città, molto spesso «ostili – sottolinea – ai bambini e agli anziani». L’udienza generale di ieri (che Avvenire pubblica come di consueto integralmente) è la continuazione di quella di mercoledì scorso, in cui papa Bergoglio aveva rilevato l’importanza della festa nell’ambito della vita familiare, ma allo stesso tempo aveva messo in guardia contro gli eccessi di un certo modo di intendere la vacanza, che arriva persino (e la cronaca delle scorse settimane lo testimonia) a mietere vittime, specie tra i giovani.Le stesse cose il Pontefice ha detto ieri in relazione al lavoro, per il quale non ha esitato a spendere l’aggettivo «sacro», aggiungendo che «il lavoro dà dignità a una famiglia» e che «dobbiamo pregare perché non manchi il lavoro in una famiglia». Contemporaneamente però Francesco non ha taciuto sui rischi che la cultura del profitto a tutti i costi comporta per i lavoratori e i loro nuclei familiari. E la sua catechesi di ieri (che, lo ripetiamo, va letta in parallelo con quella di mercoledì 12 agosto) affonda le proprie radici teologiche nella Scrittura e nel magistero costante della Chiesa, anche prima della nascita della Dottrina sociale. Quando, infatti, il Papa sottolinea che festa e lavoro «fanno parte entrambi del disegno creatore di Dio», di fatto ricorda che il lavoro appartiene alla condizione originaria dell’uomo e precede la sua caduta. Non è perciò né punizione né maledizione. Esso diventa fatica e pena solo a causa del peccato di Adamo ed Eva, ma riceve il suo completo e definitivo riscatto grazie all’opera redentrice di Cristo, che con la sua predicazione insegna da un lato ad apprezzarne il valore dall’altro a non lasciarsene asservire («il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato»).Questa dignità del lavoro, e conseguentemente del lavoratore, viene attestata anche dai Padri della Chiesa che non considerano mai il lavoro come opus servile (tale era ritenuto alla loro epoca) e passa attraverso l’insegnamento di san Benedetto (ora et labora, non a caso citato ieri dal Papa) per giungere all’epoca moderna e alla Rerum novarum di Leone XIII. Così oggi, anche grazie agli sviluppi della Dottrina sociale (si pensi alla Laborem Exercens di papa Wojtyla) abbiamo la consapevolezza che il lavoro rappresenta una dimensione fondamentale dell’esistenza umana ed è partecipazione non solo all’opera della creazione, ma anche della redenzione.A questo magistero bimillenario Francesco ha aggiunto ieri una nuova pagina. Quella dell’«ecologia integrale» che tiene insieme, lavoro, famiglia e creato. Il peccato originale che aveva trasformato l’attività umana in condanna, ha detto in pratica, ritorna ogni volta che l’uomo si distacca dall’alleanza con Dio. Ad esempio quando la moderna organizzazione lavorativa «mostra una pericolosa tendenza a considerare la famiglia un ingombro, un peso, una passività per la produttività». Invece proprio la famiglia «è un grande banco di prova» anche in questo campo. «Quando l’organizzazione del lavoro la tiene in ostaggio», l’umanità opera contro se stessa. Perché è nella famiglia, ha notato il Papa, che vanno ricercati i «fondamentali» della creazione di Dio: identità, legame uomo-donna, generazione dei figli, lavoro che rende domestica la terra e abitabile il mondo. Dimenticarsene non è certo un bene. Per nessuno.
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