sabato 14 gennaio 2017
Youssef Sbai, nominato dal ministero della Giustizia, forma le guardie, gli psicologi e gli educatori nella prevenzione della radicalizzazione. "Dietro le sbarre è facile trovare cattivi maestri"
L'incontro di Youssef Sbai, vicepresidente dell'Ucoii, con papa Francesco.

L'incontro di Youssef Sbai, vicepresidente dell'Ucoii, con papa Francesco.

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Contro il fenomeno del terrorismo la prevenzione è certamente la strada maestra. È in questa direzione che va inquadrata l’iniziativa del ministero della Giustizia di nominare un imam, Youssef Sbai, come docente nelle scuole penitenziarie italiane. Il progetto, che è itinerante, si sta svolgendo già da un anno, ma è stato reso noto alla stampa di recente. Sbai, docente di islam e musulmano praticante, ha il compito di fornire strumenti utili agli agenti di custodia per comprendere eventuali atteggiamenti di radicalizzazione, proselitismo alla violenza e diffusione della cultura dell’odio. Il docente è di origine marocchina, ha 56 anni, vive in Toscana da molti anni ed è ex vice presidente nazionale dell’Ucoii, Unione delle Comunità Islamiche d’Italia. È conosciuto per il suo impegno in favore del dialogo interreligioso e della diffusione di una cultura islamica tollerante, aperta, ma anche autocritica.

Può descriverci il suo ruolo nelle scuole italiane di polizia penitenziaria?
All’interno degli istituti detentivi incontro il personale di polizia penitenziaria, gli psicologi e gli educatori, seguendo un programma che si articola in tre fasi. La prima prevede lezioni sulla fede islamica, con l’illustrazione dei precetti e delle pratiche fondamentali. La seconda, invece, fornisce elementi culturali legati alle tradizioni e ai costumi dei Paesi di provenienza dei detenuti di fede islamica. Nella terza fase si procede con il dibattito, che offre sempre molti spunti di riflessione e permette di chiarire alcuni concetti.

Che importanza può avere una simile iniziativa in questo momento?
Nelle carceri italiane i detenuti di religione islamica sono sempre più numerosi e per il personale di polizia penitenziaria non è sempre facile interpretarne i comportamenti e riuscire a cogliere eventuali segni di un processo di radicalizzazione. La cronaca degli ultimi attentati conferma che spesso, all’interno delle mura carcerarie, i giovani detenuti intraprendono la strada verso l’estremismo e la violenza settaria. Individuare per tempo certe situazioni può permettere di intervenire tempestivamente.

Qual è il quadro che emerge dalla sua esperienza negli istituti penitenziari italiani?
Conosco le carceri da due punti di vista, quello della polizia penitenziaria e quello dei detenuti. Nel primo caso, grazie ai corsi che si sono già svolti, ho potuto rendermi oggettivamente conto delle difficoltà che hanno gli agenti nel dover interpretare i comportamenti di persone provenienti da contesti tanto diversi. Per quanto riguarda i detenuti, sono anni che faccio volontariato negli istituti dove si richieda la presenza di un ministro di culto islamico. Ho avuto modo di riscontrare che, generalmente, la conoscenza religiosa che hanno i carcerati musulmani è molto bassa, così come è basso il loro livello di istruzione. Spesso confondono tradizione e religione; il loro è il cosiddetto islam popolare, frutto cioè di consuetudini e non di un vero sentimento di fede. In simili situazioni è facile che un cattivo maestro, un imam malintenzionato o improvvisato, che si attribuisce un titolo senza aver fatto un adeguato percorso di studi, e che spesso nasconde qualche obiettivo secondario rispetto a quello che ha un imam vero, possa esercitare la sua influenza negativa.

Dal suo punto di vista di credente e docente musulmano, qual è il contributo che i fedeli dell’islam possono dare nella lotta al terrorismo?
Siamo di fronte a una situazione di rischio concreto, come affermano molti esponenti delle istituzioni. Come musulmano praticante, ma anche come ricercatore, dico che ogni componente della società deve fare il suo dovere e i musulmani son parte integrante delle società in cui vivono. La nostra collaborazione, nel mio caso con il Dipartimento della polizia penitenziaria, fa parte del senso del dovere e di responsabilità che abbiamo verso la società italiana. Abbiamo requisiti e peculiarità che mettiamo al servizio della collettività e delle istituzioni e lo facciamo ben volentieri come cittadini responsabili e partecipi, e come persone di fede.

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