lunedì 3 giugno 2019
Nell'ultimo giorno l'incontro a Blaj con la comunità rom del quartiere Lautaro: Francesco ha chiesto scusa per le discriminazioni e le segregazioni subite e invita il popolo rom ad aprirsi agli altri
Papa Francesco chiede perdono ai rom: vedere la persona prima dei pregiudizi

Papa Francesco chiede perdono ai rom: vedere la persona prima dei pregiudizi

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La visita di Papa Francesco in Romania si è chiusa domenica con due momenti forti. La beatificazione di sette vescovi martiri del regime comunista tra il 1950 e il 1970. E la richiesta, a “nome della Chiesa”, di “perdono” ai rom per le “discriminazioni” e i “maltrattamenti” subiti nella storia da parte dei cattolici.

Il rito di beatificazione si è tenuto a Blaj, la “piccola Roma” della Transilvania, il cuore della comunità greco cattolica a cui appartenevano i sette presuli saliti all’onore degli altari. La “divina liturgia” è celebrata nel rito bizantino. Nell’omelia il Pontefice ricorda che "di fronte alla feroce oppressione del regime" i nuovi beati con "grande coraggio e fortezza interiore, accettarono di essere sottoposti alla dura carcerazione e ad ogni genere di maltrattamenti, pur di non rinnegare l’appartenenza alla loro amata Chiesa". Il loro esempio ha lasciato alla Romania "una preziosa eredità che possiamo sintetizzare in due parole: libertà e misericordia".

Papa Francesco non pronuncia la parola comunismo, ma la condanna del “regime dittatoriale e ateo” è netta. Il Pontefice non guarda solo al passato ma mette in guardia anche dai pericoli di oggi, da quelle “colonizzazioni ideologiche” cioè, che “disprezzano il valore della persona, della vita, del matrimonio e della famiglia” e che “nuocciono, con proposte alienanti, ugualmente atee come nel passato, in modo particolare ai nostri giovani e bambini lasciandoli privi di radici da cui crescere".

Commovente l’incontro del pomeriggio nel quartiere rom di Blaj. Francesco ha confessato di portare nel cuore "un peso". "La storia ci dice – spiega - che anche i cristiani, anche i cattolici, non sono estranei a tanto male”. “Vorrei chiedere perdono per questo. – prosegue - Chiedo perdono, in nome della Chiesa al Signore e a voi, per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele". Le parole del Papa sono nette: "non siamo fino in fondo cristiani, e nemmeno umani, se non sappiamo vedere la persona prima delle sue azioni, prima dei nostri giudizi e pregiudizi".

Parole forti, che segnano un punto in avanti nel solco però già tracciato, come sottolineato dal direttore editoriale del Dicastero per le comunicazione Andrea Tornielli, dal magistero dei Papi dell’ultimo mezzo secolo con Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Quello di Papa Francesco è stato un viaggio apostolico che aveva come motto “Camminare insieme”. E questo è stato davvero il filo rosso della tre giorni romena.



Il “Camminare insieme” tra Chiesa e autorità civili, testimoniato anche dalla assidua presenza a quasi tutti gli eventi da parte del presidente Klaus Iohannis, un luterano appartenente alla minoranza tedesca sposato con una romena cattolica. Il “Camminare insieme” tra cattolici e ortodossi, manifestato dalla preghiera del Padre Nostro recitato da Papa Francesco nella monumentale cattedrale del patriarcato. Il “Camminare insieme” rivolto dal Pontefice anche all’interno della comunità cattolica, ferita dalle difficoltà di rapporti tra la componente di lingua ungherese e quella romena. Il “Camminare insieme” intergenerazionale auspicato da Francesco all'incontro con le famiglie e i giovani a Iasi nella provincia della Moldavia. Il “Camminare insieme” con le diverse etnie, compresa quella rom, con tanto di richiesta di perdono.

La Romania è un Paese a grande maggioranza ortodossa. Ma la comunità cattolica è presente in numero significativo in Transilvania (per i latini di lingua ungherese e i greco cattolici) e in Moldavia (per i romeni di rito latino). Giovanni Paolo II nella sua storica visita del 1999, la prima di un Pontefice in un Paese ortodosso, potè recarsi solo a Bucarest, dove peraltro venne accolto in modo caloroso dall’allora patriarca Teoctist. Questa volta il Successore di Pietro ha potuto confermare i “suoi” nelle loro amate terre. E lo ha fatto percorrendo centinaia e centinaia di chilometri - un migliaio solo nella giornata di sabato -, in aereo, elicottero e, quando il tempo non ha permesso i previsti spostamenti in volo, anche in auto.

Ma le fatiche del vescovo di Roma sono state “ripagate”. In centomila si sono riuniti nel Santuario mariano di Sumuleu Ciuc. Altrettanti a Iasi e a Blaj. Un grande concorso di popolo ha coronato la visita papale, a cui ha contribuito anche la presenza di non pochi ortodossi. Segno di quell’ecumenismo di popolo che tanto piace a Francesco come ribadito nella consueta intervista aerea concessa sul volo di ritorno.


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