Scommesse illegali, la tristezza del calcio
venerdì 13 ottobre 2023

Tristezza. L’unico sentimento possibile è questo: tristezza. L’ennesima bufera che sta per abbattersi sul mondo del calcio non può che alimentare ancora una volta lo sconcerto e la tristezza verso un mondo che ha perso ogni credibilità, che continua a negarsi la necessità di una trasformazione culturale radicale e che parta dalle fondamenta. Nessuno vuole anticipare sentenze, al momento resta agli atti solo l’autodenuncia di Nicolò Fagioli, il resto lo capiremo. Tuttavia, alcune riflessioni (quelle sì), possiamo anticiparle. E sono riflessioni di profonda amarezza circa un mondo, quello del calcio, che ha sradicato le sue radici, piantate da più di un secolo nel terreno delle passioni, del senso di appartenenza e identità. Piantate con forza nella memoria storica e nel cuore della gente, dei praticanti, degli appassionati, dei tifosi. Eppure ci si è riusciti. Si è riusciti a strappare con violenza quelle radici e oggi siamo tutti qui, in cerchio, intorno all’ennesimo albero monumentale caduto. A chiederci: “Come è stato possibile?”

È stato possibile perché il calcio ha prima trasformato i suoi tifosi in clienti, allontanandoli dagli stadi e costringendoli ad acquistare due, talvolta tre diversi pacchetti offerti da pay-tv, poi si è venduto l’anima a finanziatori, spesso provenienti da altri paesi e diciamo non sempre cristallini, poi ancora ha esportato il suo prodotto verso nazioni con giganteschi scheletri nell’armadio in termini di sportwashing (clamoroso il caso del mondiale in Qatar che oggi, con quella finta ingenuità che fa imbestialire, scopriamo essere finanziatore di Hamas, ma per restare al calcio italiano pensiamo alla SuperCoppa in Arabia Saudita, a Riyadh a sua volta diventata sponsor di maglia della Roma, al recente europeo condiviso con la Turchia, nazione campione sì, ma di violazione dei diritti umani e civili).

E in tutto questo, e di nuovo, le scommesse. A maggior ragione quelle illegali un vero malaffare, spesso funzionale anzi necessario al riciclaggio e alle attività criminali. Mi dispiace, ma le giustificazioni non possono essere l’incoscienza o la noia. Si legge (sarà tutto da verificare, ovviamente, anche perché chi fornisce le informazioni non ha esattamente una storia specchiata alle spalle) di scommesse fatte da un cellulare portato in panchina durante una gara ufficiale. Se così fosse, davvero, dove saremmo finiti?

È perfino impietosamente banale ricordare che lo sport, che da poche settimane ha ricevuto il riconoscimento di diritto costituzionale, con la recente modifica dell’Art. 33 della carta, è fatto anche di doveri: come quello dei tesserati di non scommettere su eventi sportivi, come quello di rispettare la propria società, i propri compagni, i propri avversari, gli arbitri, i dirigenti, i tifosi.

Il peggio sembra ancora lontano, purtroppo. Perché rivedere Coverciano come epicentro di questi ultimi fatti, ricordare le recenti scelte del precedente Commissario Tecnico della squadra nazionale e vedere il capo delegazione Gigi Buffon, accompagnare atleti che vestono la maglia azzurra (Sandro Tonali e Nicolò Zaniolo, che poi hanno lasciato il ritiro, ndr) a un colloquio con la Polizia proprio sul tema delle scommesse genera una profonda tristezza, che è arrivato il tempo di trasformare in indignazione, che è arrivato il tempo di trasformare in riforme radicali.


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