venerdì 27 novembre 2009
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Caro Direttore,scrivo per ricordare l’importanza dei messaggi visivi che i nostri figli ricevono. Si sa che la tv, pubblica e non, è ormai più una pattumiera che altro. È così rischia di divenire anche il cinema. Dopo molto tempo, ho portato la famiglia al cinema, per la precisione al «Warner Village Torri Bianche» di Vimercate, vicino a Monza. Volevamo vedere un cartone animato insieme alle nostre bambine (di 9, 6 e 3 anni). Ma io e mia moglie siamo rimasti assai spiazzati da quello che abbiamo dovuto far sorbire alle nostre figlie. Di che parlo? Della pubblicità, mandata prima dello spettacolo, inadatta a un pubblico di questa età. Messaggi abbaglianti sulla moda basati sull’essere provocanti e trasgressivi, altri martellanti con contenuti di valore uguale a zero, e così via. Insomma, niente che un genitore con un po’ di sale in zucca (non necessariamente bacchettone) vorrebbe fare ingoiare impotente ai propri figli. È già discutibile dover pagare un biglietto per vedere la pubblicità, ma lo è ancor di più se si tratta di messaggi dannosi per i bambini. Dovrebbe essere logico che un cartone animato venga visto soprattutto dai minori. Mi si dirà che basta arrivare poco prima dell’inizio della proiezione per evitare la pubblicità, essendo i posti prenotati, ma mi sembra un nascondersi dietro a un dito. Dopo aver scritto al cinema, e dopo il loro silenzio, ho deciso di scrivere anche ad Avvenire perché la cosa non rimanga sottaciuta.

Davide Carubelli, Vimercate (Mb)

Quello del delicatissimo rapporto fra pubblicità e minori è un problema affrontato spesso da Avvenire. Purtroppo la pervasività della pubblicità – divenuta spesso, in virtù della forza economica e «culturale», il vero padrone dei media – fa sì che l’attenzione dovuta al mondo dell’infanzia, sia nella confezione dei messaggi, sia nella loro divulgazione (talora malamente fuori contesto, come nel caso da lei descritto) non di rado manchi clamorosamente. Certo i codici in materia non mancano, documentando una sensibilità che in Europa si è fatta largo, per fortuna. La legislazione della Gran Bretagna – ma anche della Romania – ha, per esempio, recentemente imposto un giro di vite strettissimo agli spot riguardanti tabacco e alcol, proprio per garantire protezione a fanciulli e adolescenti. Naturalmente, tali iniziative hanno senso se, poi, si tiene conto delle fasce orarie di trasmissione, nonché dei luoghi in cui si incontra il «pubblico» interessato, e fra questi ci sono sicuramente le sale cinematografiche, soprattutto quando in programmazione ci sono pellicole per bambini. In tali circostanze, aziende, media pianificatori e gestori devono evitare la trasmissione di immagini «forti» o comunque non adatte ai piccoli. Non si chiede, ovviamente, di rinunciare a priori a inserzionsti e introiti, ma di scegliere e modulare spot appropriati al pubblico in sala. È – lo ripeto – semplicemente un atto dovuto. Non si tratta, insomma, di demonizzare la pubblicità, ma di evitare di «stressare» – con scene e messaggi che in qualche caso risultano sgradevoli anche a non pochi adulti – dei minori che sono già quotidianamente coinvolti in processi di sempre maggiore «precocizzazione». Il rischio è far loro del male e, comunque, di rubare loro ciò che ancora resta dell’infanzia. Un rischio imperdonabile, anzi un vero e proprio delitto, da parte degli adulti. Non ci rassegniamo a vedere i piccoli ridotti solo a «consumatori».
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