«Prima la pace, poi tutto il resto». Verità da tener cara, senza rassegnarsi
sabato 29 aprile 2023

Caro direttore,

condivido in tutto e per tutto le perplessità espresse nell’editoriale del 28 aprile a firma di Pietro Saccò («Un’assurdità da evitare») a proposito della ricostruzione dell’Ucraina. È del tutto comprensibile che la martoriata nazione desideri tornare alla normalità, ed è doveroso che le nazioni che si professano sue amiche partecipino alla realizzazione del desiderio. Ma lo stesso si potrebbe – anzi, dovrebbe – dire della pace; eppure tutti i potenti concordano nel dire che una pace frettolosa e prematura (sic) sarebbe più dannosa che utile. Perché allora la fretta nel ricostruire dovrebbe essere ritenuta accettabile? Non dovrebbe sembrare ovvio a tutti, che pianificare una ricostruzione in grande stile (cosa diversa dal cercare di ripristinare quanto prima i servizi essenziali interrotti) mentre piovono i missili è altrettanto assurdo che svuotare il mare con una conchiglia, come nel celebre aneddoto di Sant’Agostino ad Ostia? Perché pace prematura no, e ricostruzione prematura sì? Certo, gli aspetti affaristici sottolineati nell’editoriale sono una solida spiegazione, e solo un ingenuo se ne stupirebbe. Non è necessario avere ammirato Alberto Sordi nel suo celebre “Finché c’è guerra c’è speranza” per capire che con le guerre c’è, come si suol dire, più gente che ci campa, che gente che ci muore. Eppure, la notizia delle premature discussioni sulla ricostruzione ucraina mi ha lasciato una impressione assai peggiore. Pensare infatti a una “normalità” senza pace significa suggerire l’idea, che la guerra non è che un acciacco sopportabile – non un cancro da eradicare –, ma che so, una artrosi o una presbiopia, con cui si può convivere. Vogliamo convincere gli ucraini che devono abituarsi ai missili, come i giapponesi si abituano ai terremoti? E se questo fosse poco, stiamo spacciando il nostro osceno cinismo per un “generoso aiuto al glorioso popolo ucraino”. Dinanzi al dilagare della follia si sarebbe tentati di arrendersi. Il mondo vada in malora, se ci tiene tanto. Voi però – umanamente, prima ancora che cristianamente – non vi arrendete, e ve ne sono grato. E mi sforzo di seguirvi nel dichiarare: prima la pace, poi tutto il resto.

Luca Fabri, Genzano di Roma


Grazie, gentile e caro amico, per la piena condivisione dei nostri argomenti così ben sviluppati da Pietro Saccò nell’editoriale che ho deciso di proporre ieri, 28 aprile, in prima pagina. Condivido a mia volta, riga per riga questa sua riflessione. Sino alla chiusa, asciutta, lineare. Che riecheggia gli appelli (inascoltati) di tutti i Papi del Novecento e quasi alla lettera quelli di Pio XII e di Francesco. Papa Pacelli il 24 agosto 1939, mentre il conflitto bellico incendiato dall’invasione nazista e sovietica della Polonia si andava aggravando, scandì parole piene di verità e divenute celeberrime: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Papa Bergoglio ha espresso a più riprese concetti analoghi e ha ricordato molte volte che la nuova guerra d’Europa era «evitabile» e può e deve essere fermata perché la «Terza guerra mondiale a pezzi» sta drammaticamente diventando «sotto i nostri occhi, una Terza guerra mondiale totale ». E anche ieri, in Ungheria, ha parlato con dolore di un dilagante «infantilismo bellico», chiamando a pregare e ad agire per la pace. Che si fonda, ricordiamolo ancora una volta con Giovanni XXIII, su quattro pilastri tutti egualmente fondamentali: libertà e giustizia, verità e amore. Prima la pace. Senza assuefazione alla guerra, senza rassegnazione.

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