L’eternità, un banchetto nuziale
al quale tutti sono stati invitati

Tra l’edonismo e il presente eterno delle società moderne, il desiderio di riproporre l’utopia del cristianesimo per richiamare la destinazione ultima: non sopravvivenza, ma pienezza di vita
January 14, 2026
L’eternità, un banchetto nuziale
al quale tutti sono stati invitati
La Pietra dell'unzione nel Santo Sepolcro. Su questa pietra si ritiene che sia stato adagiato il corpo di Gesù e preparato per la sepoltura/ SICILIANI
Nel Credo cristiano, quando si afferma il futuro dell’uomo, non si parla semplicemente di uno stato di conservazione energetica e luminosa dello spirito e della materia. Il Credo niceno-costantinopolitano ci fa dire: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Con queste parole si afferma con solennità la destinazione – riscattata e compiuta – della vita donata agli uomini alla loro nascita. Da quell’inizio, la vita di ciascuno di noi si riempie man mano di giorni e di anni sino al suo termine (qualunque esso sia). E tutti siamo consapevoli che la vita – quella personale e non solo – è il frutto della fatica e delle passioni, dei sacrifici e dei sogni, che ciascuno di noi fa, per non cedere al nichilismo della morte e ai suoi frutti avvelenati. Purtroppo, molti non sentono più il tema della destinazione, né di quella personale, né di quella dei popoli, né di quella dell’intera umanità. Nessuno “aspetta” più nulla, schiacciati come siamo in un presente, in un oggi senza più domani. Ma se non c’è attesa, non c’è destinazione e neppure desiderio.
Per il cristiano, la consapevolezza della destinazione vuol dire cogliere il senso dello scorrere della vita come una “iniziazione”, appunto, alla destinazione finale, con la morte che – con dolore, come del resto accade anche nella nascita – ne scandisce il momento del passaggio. Ovviamente, siamo ben lontani dal “destino” che, come si dice, è cieco. Purtroppo, la maggioranza della gente, più che della destinazione, è preoccupata della riuscita della propria vita e dei propri affari, oggi, ora, qui. Insomma, realizzarsi individualmente! Godersi la vita! E subito! È l’imperativo dell’esistenza, il primato assoluto dell’Io su tutto. Ed eccoci, tutti, a correre affannosamente come una immensa folla per realizzare i desideri individuali e cogliere le opportunità del godimento. È un incredibile paradosso: “consumiamo” la vita per “realizzarla”! Ma è una corsa in cui i più cadono: tutti cercano l’appagamento dell’emozione, ma alla fine vince il ripiegamento su di sé. Un po’ come una massa informe di mosche che si schiantano sul vetro della finestra, illuse di andare verso la luce, e cadono a terra sfinite. L’edonismo è l’anticamera della malinconia.
Le stesse religioni – private della loro forza liberatrice – si son fatte complici di questa rincorsa: devono consolare, anestetizzare, smussare gli spigoli. E la spiritualità è ormai di moda nella cultura dei consumi della vita. L’attesa della parusìa sembra scomparsa anche nella gran parte dei cristiani. L’orizzonte della “destinazione” (della mia vita come di quella di tutti gli uomini e dello stesso creato) è certo drammatico, ma sembra non avere più spiriti forti che l’affrontino, né parole appassionate che la raccontino. Parlare di destinazione significa intendere qualcosa in più del semplice senso della vita. Vuol dire la visione del futuro, la destinazione, appunto, mia e dell’umanità. Quante energie abbiamo speso, nei secoli, sul tema dell’origine! Ma sul futuro? Pierangelo Sequeri da consumato scrutatore dei pensieri umani annota: «Più che cambiato, il futuro sembra evaporato: perlomeno, dico, come orizzonte che orienta il senso della storia verso una svolta che sinteticamente ne raccoglie gli sforzi, inaugurando una nuova epoca dell’avventura umana». Le stesse religioni – penso soprattutto alle innumerevoli “sette” che si sono moltiplicate ovunque nel mondo – sono scese nel mercato; si fanno concorrenza con varie proposte, mentre le Chiese storiche continuano ad avere la mentalità di sempre o, meglio, ad aver perso anche le parole per il futuro oltre la morte.
Sono finiti anche i pungoli delle grandi ideologie: come la lotta per la giustizia comunista o come anche quella dei cristiani per la salvezza, non mordono più la nostra carne con le passioni del riscatto e della giustizia che cercano un senso ultimo del loro dramma. Le società sono anestetizzate. È vero che qua e là resta qualche movimento di protesta, ma tutti interni ad un quadro in realtà dormiente. È vero che si parla piuttosto di società post-umana, transumana… Céline Lafontaine individua il desiderio di camminare verso una società post-mortale ove si vivrebbe senza invecchiare e la morte sarebbe vinta con la tecnica, ormai capace di prolungare indefinitivamente la vita. Insomma sarà possibile far indietreggiare la morte, modificarne le frontiere, inventarci una sorta di eternità terrena. In realtà, la morte non muore. Non è per nulla immortale. E per quanto facciamo per allontanarla, resta comunque la compagna di ogni uomo e di ogni donna che viene sulla terra. E, comunque, in tutti resta quell’anelito all’eternità. Il cristianesimo coglie questo desiderio profondo e lo trasferisce in una ambizione che trasforma la morte non semplicemente in un passaggio inqualificato ma nell’ingresso alla pienezza della vita. Ma attenzione, per affermare questo oltre pieno di vita non possiamo ridurci, noi cristiani, a squalificare il presente in attesa di quello futuro.
Nel Vangelo ci sono parole sulla vita eterna. Forse dovremmo chiederci se le meditiamo a sufficienza? E, in ogni caso, sappiamo tradurle per l’uomo contemporaneo? Gli autori del Nuovo Testamento, ad esempio, per dire “vita” usano due termini greci: bìos zoè ; il primo – che si riferisce all’esistenza materiale – viene usato solo 9 volte. Il secondo – che viene usato per indicare la comunione con Dio o con Gesù – viene usato per ben 153 volte. A seconda del significato dei due termini, si colora il senso della morte: l’uno come morte materiale, l’altro come morte della comunione con Dio. Questo spiega perché Gesù può dire: «Chi è in comunione con me ha già vinto la morte»; non ovviamente quella “materiale”. O anche le parole della prima lettera di Giovanni: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, poiché amiamo i fratelli; colui che non ama rimane nella morte (1Gv 3,14), ovviamente quella attuale, come però è attuale la vita che ha ormai superato quella morte (va notato che l’Apocalisse non parla mai di “vita eterna”, mentre impiega il termine “morte seconda”). Chi ama è in comunione con Gesù e quindi è già entrato nella “eternità della risurrezione”. Il “regno di Dio” inizia già su questa terra. Ma noi, restringendo la parola “eternità” al “tempo che continua”, ossia al tempo dell’orologio, l’abbiamo svuotata del suo senso proprio. Il tempo, come normalmente lo intendiamo, è per sua natura limitato, misurato in ore, giorni, anni, secoli, millenni… e lo immaginiamo con un inizio e una fine.
Ma dire “vita eterna”, nel nostro contesto, non si riferisce a questa vita che magari continua in maniera infinita. Eternità più che indicare un tempo senza fine, significa piuttosto l’annullamento del tempo. Certo, come immaginarsi un essere senza tempo? Come pensare una realtà, che non nasce né passa; che non si trasforma, ma semplicemente è; e tuttavia non è immobile, bensì vitale e feconda? Benedetto XVI si pose il quesito nella splendida enciclica sulla speranza, purtroppo poco conosciuta. Ne riporto una citazione: «Che cosa significa veramente “eternità”? Ci sono momenti in cui lo percepiamo all’improvviso: sì, sarebbe propriamente questo – la “vita” vera – così essa dovrebbe essere. A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo “vita”, in verità non lo è. Agostino, nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di tre consoli, le scrisse: in fondo vogliamo una sola cosa – “la vita beata”, la vita che è semplicemente vita, semplicemente “felicità”. Non c’è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera… Desideriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure dalla morte; ma allo stesso tempo non conosciamo ciò verso cui ci sentiamo spinti…La parola “vita eterna” cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà… “Eterno”, infatti, suscita in noi l’idea dell’interminabile, e questo ci fa paura; “vita” ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l’altro non la vogliamo» (Spe Salvi n.12).
Queste riflessioni se le innestiamo nel pensiero biblico ci aiutano a comprendere meglio i nostri anni, la nostra storia, come destinati al “Sabato”, alla pienezza del tempo, culmine della creazione. Siamo distanti dalla concezione del tempo del pensiero greco che lo intende come un interminabile ritorno circolare. Il tempo di Dio – così ce lo presenta la Bibbia – è impastato di storia, delle cose visibili e invisibili, come recita il Credo cristiano, di cui abbiamo esperienza solo in minima parte e come in un “vetro oscuro”, come scrive Paolo (1Cor 13,12). Il tempo di Dio accoglie l’esistenza umana non più scandita semplicemente in maniera cronologica, com’è il tempo dell’orologio. Il tempo di Dio è quello dove lui regna, come Gesù stesso disse all’inizio della sua predicazione: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,14). Il Nuovo Testamento usa un linguaggio simbolico che dà “gusto” attraente: l’esistenza eterna consiste nel “cenare” con lui (Ap 3,20) o nel partecipare ad un “banchetto nuziale” al quale tutti sono invitati (Ap 21). L’eternità è stare in festa con Dio e i suoi figli. E oggi è l’ora – non possiamo ritardare – di riproporla, l’utopia cristiana. Oggi abbiamo tra le mani – no, nel cuore e nella mente – la visione originaria di Dio: la destinazione di tutti i popoli (dell’umanità intera) alla celeste Gerusalemme. Il cosiddetto peccato originale (la famosa “mela”), non è una questione alimentare, è la disobbedienza a questa visione di Dio, per obbedire allo spirito di divisione, di separazione, di conflitto. Ecco perché solo una civiltà ecumenica, senza frontiere, è capace di sognare una città – la Gerusalemme celeste, come la descrive l’Apocalisse – come comunità di destino di tutti i popoli della terra.

© RIPRODUZIONE RISERVATA