Esiste un nesso tra la violenza individuale e le guerre?
La difesa è necessaria alla vita e alle istituzioni, ma quando perde misura supera una soglia e diventa forza che distrugge l’altro. Una forza che si può ridurre, limitare, educare, recuperando il patrimonio della nonviolenza come responsabilità quotidiana

Non si fa più la guerra solo con eserciti e confini. Oggi si combatte economicamente, con sanzioni e dazi; sulle risorse e sul clima; con la disinformazione e la manipolazione delle elezioni; con attacchi a distanza, satelliti e droni, algoritmi e guerre per procura, con un semplice cellulare. Se la violenza organizzata, nelle diverse forme di guerra, ha cambiato pelle, non ha però cambiato natura. Ne consegue che anche la difesa dalla violenza che si organizza nella guerra, per essere efficace, non può restare immutata. Non può limitarsi a riprodurre schemi del passato, né può essere ridotta a una reazione puramente militare. È necessario riconsiderare con attenzione questa parola – difesa – cercando di comprendere come, se intesa correttamente, essa non riguardi un ambito ristretto, un’eccezione, ma un patrimonio della vita stessa, in tutte le sue dimensioni.
Un corpo si difende per vivere, una ferita va contenuta. Una relazione sana ha confini. Una famiglia, una società proteggono i propri membri, soprattutto i più deboli. Uno Stato ha il dovere di tutelare le proprie popolazioni. La difesa, in sé, non è affatto il problema. Il problema nasce quando forza e difesa perdono misura, quando smettono di servire la vita e iniziano a governare l’altro attraverso la paura. Ci chiedevamo: esiste un nesso tra lo studente che accoltella un compagno di banco e le guerre che devastano il pianeta? Tra la violenza che esplode in un’aula scolastica e quella che attraversa famiglie, città, popoli e Stati? La domanda non cerca un rapporto meccanico e ingenuo di causa ed effetto. Interroga piuttosto l’esistenza di quel filo umano comune, che attraversa contesti diversi e assume forme differenti, ma riconoscibili. Quel filo è la violenza. O meglio: la possibilità della violenza, sempre presente nell’esperienza umana. La violenza non nasce dal nulla. È preceduta da pensieri, parole, gesti, posture interiori ed esteriori. È il punto in cui la forza – necessaria all’affermazione di sé, alla difesa, al conflitto vitale – oltrepassa una soglia e inizia a trasformarsi in distruzione dell’altro.
La forza appartiene alle persone, ai gruppi, alle istituzioni, agli Stati. E l’esperienza dell’eccesso di forza è elementare: chiunque sa che, giocando con un bambino, occorre trattenersi per non fargli male. Lo stesso vale, su scala più ampia, per le istituzioni cui viene affidata una forza proprio perché siano “terze” rispetto ai conflitti, limitando gli effetti distruttivi. Le costituzioni nascono per limitare e bilanciare la forza, affinché nessun potere prevalga sugli altri. La forza è necessaria, ma va sempre limitata, educata. Non c’è altra strada perché la violenza non può essere eliminata. Pensarlo sarebbe illusorio. Ci accompagna con fantasie, progetti, azioni con esiti irreparabili. Caino non abita il passato: attraversa la storia umana, insieme al comando che lo protegge: «Nessuno uccida Caino». Nessuno può arrogarsi il diritto di cancellare l’altro, nemmeno se colpevole, perché “ciò che si uccide si diventa”. E nessuno sa cosa sarebbe diventato Abele, se invece di essere ucciso fosse stato vittima solo del tentato omicidio di suo fratello.
Da Caino alla guerra un pensiero ritorna incessantemente, a volte rozzo, a volte sofisticato: un asservimento delle parole, una deformazione della realtà che legittima l’aggressione come necessaria. È contro questo pensiero che occorre vigilare. Se il compito non è eliminare la violenza – cosa impossibile – dobbiamo ridurla. In modo sistematico, paziente, intenzionale. Esiste, a questo proposito, un patrimonio di pensiero e di pratiche che da molto tempo, e con straordinari successi storici, insegna come contenere e disinnescare la violenza, ma oggi viene espulso dal discorso pubblico, dalla comunicazione politica e dalle prassi istituzionali: la nonviolenza. In continuità con questo patrimonio, se quanto affermato è vero, dobbiamo riconoscere la violenza prima che esploda: nominarla quando è ancora parola, smascherarla quando si traveste da linguaggio necessario, contenerla quando chiede legittimazione.
I segnali del passaggio dalla forza alla violenza sono noti: la perdita della parola sostituita dall’insulto; la banalizzazione di chi esprime preoccupazione; la trasformazione dell’altro in nemico astratto; l’umiliazione normalizzata; la glorificazione della forza come unico linguaggio efficace. Quando questi segnali diventano abituali, la violenza è già in cammino. Riconoscere questi segni è un compito educativo e culturale prima ancora che politico. La violenza che esplode nei comportamenti individuali non è mai del tutto separata da quella tollerata, giustificata o esaltata ai livelli più alti del potere. Questo non implica un’antropologia pessimistica. Al contrario: l’uomo è educabile, anche se costantemente a rischio e, senza scuse, obbligato a scegliere. Altrimenti chiuderemmo le scuole. Ridurre la violenza non è un’utopia, ma una responsabilità quotidiana, che chiama in causa l’uso giusto della forza: nella domenica della Trasfigurazione, della forza luminosa del Tabor, come pensare a una forza che custodisca ed escluda la violenza?
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