I 150 anni di Pio XII, l'ultimo papa romano
Il 2 marzo, a 150 anni esatti dalla nascita di Eugenio Maria Pacelli, un convegno ne esplora il rapporto con la città e il legame con san Filippo Neri

Era il 2 marzo di 150 anni fa quando nasceva a Roma il futuro Pio XII, Eugenio Pacelli: l’ultimo Pontefice nato nella Città Eterna e di cui si sentì sempre un figlio devoto. E un convegno che si terrà lunedì a Roma, nel giorno esatto della sua nascita, cercherà di raccontare le radici romane di Eugenio Pacelli (1876-1958), rampollo di una famiglia nobile che lasciò la sua impronta indelebile per la sua lealtà al Papato di Pio IX. E non solo. Un appuntamento che cercherà di raccontare la fede fanciullesca e poi adulta di giovane sacerdote di Pacelli e il legame con alcuni luoghi del cuore della sua formazione cattolica all’interno della Capitale, come la chiesa di Santa Maria in Vallicella, in cui riposano le spoglie del “suo” venerato santo e compatrono della città, il fiorentino Filippo Neri o il prestigioso e allora molto laico e anticlericale liceo-ginnasio romano Ennio Quirino Visconti, in cui intrattenne tra l’altro amicizie importanti come con il compagno ebreo e suo «amico di sempre» Guido Mendes. L’evento del 2 marzo, dal titolo “150° anniversario della nascita del venerabile Pio XII”, si terrà (dalle 17 alle 19) nella sala dei cardinali presso il complesso dell’oratorio dei padri filippini (via della Chiesa Nuova).
«Il convegno di lunedì è solo il primo degli appuntamenti programmati per questo anniversario così simbolico – spiega Emilio Artiglieri, avvocato della Santa Sede e presidente del Comitato Papa Pacelli – Associazione Pio XII – della nascita del Pastor Angelicus. Altri incontri sono previsti per questo 2026. Al centro di questa prima giornata di studio sarà la formazione culturale e spirituale del futuro Pio XII, l’allora don Eugenio Pacelli e poi nunzio apostolico. Verrà così posto l’accento sulla sua fedeltà ai Pontefici in cui si formò come sacerdote e poi vescovo. Penso in particolar modo ai Papi della sua giovinezza e maturità Leone XIII, san Pio X e Benedetto XV». E aggiunge, a questo proposito, un particolare: «Questo appuntamento ci aiuterà a comprendere meglio anche il tratto umano e molto meno algido di quanto si pensi di Pio XII. Papa in tempi difficilissimi, tra i grandi totalitarismi e la Seconda guerra mondiale, Pacelli è stato oggetto di letture controverse e spesso ingiuste. L’apertura degli archivi vaticani relativi al suo periodo di pontificato, resi totalmente accessibili, consentirà di avere una maggiore contezza ed equilibrio nel giudicare la storia».
Artiglieri, pensando agli anni romani di Pacelli che precedettero la sua ordinazione al presbiterato, rievoca un particolare: «Celebre è l’episodio in cui, durante gli studi liceali al Visconti, additò come modello della sua vita e vero protagonista della storia Agostino di Ippona, il santo che è il riferimento dell’attuale Pontefice Leone XIV. Con quel gesto che provocò lo scherno dei compagni di classe mostrò, da subito, il coraggio con cui manifestava la sua fede cattolica e la sua indipendenza di giudizio». E non è un caso che all’appuntamento capitolino di lunedì parteciperanno, tra gli altri, il frate agostiniano Rocco Ronzani, prefetto dell’Archivio Apostolico Vaticano e il gesuita spagnolo Pascual Cebollada postulatore della causa di beatificazione di Pio XII che è venerabile dal 2009. Il convegno sarà presieduto dal cardinale francese Dominique Mamberti, prefetto del Supremo Tribunale della Signatura Apostolica. Il porporato a conclusione di questa giornata di studio presiederà una Messa nella chiesa di Santa Maria in Vallicella, detta anche “Chiesa Nuova”, alle 19.
Un luogo di culto nella memoria viva di don Eugenio Pacelli: qui celebrò la sua seconda Messa da prete novello (fu ordinato sacerdote il 2 aprile 1899) e spesso amministrò il Sacramento della Riconciliazione ai penitenti che si accostavano al suo confessionale della Chiesa Nuova. «Un legame quello con i padri filippini – racconta uno dei relatori il vescovo emerito di Ivrea l’oratoriano Edoardo Cerrato – che rimarrà fondamentale nella sua vita di sacerdote e poi di vescovo e di cardinale. Penso in particolare all’impronta spirituale lasciata sul giovane Eugenio Pacelli dai sacerdoti dell’Oratorio i padri Giuseppe Lais e Giulio Castelli. Come è certamente singolare che l’allora don Eugenio abbia voluto celebrare la sua seconda Prima Messa all’altare di san Filippo da lui stesso definito “protettore della nostra prima età”: qui a Roma. Il filo rosso che lega Pio XII a noi oratoriani è stato sicuramente la benevolenza con cui ha voluto seguire e in un certo senso “benedire” durante il suo lungo pontificato, durato più di 19 anni, molte celebrazioni legate al nostro carisma come la conversione al cattolicesimo del santo e oggi, per volere di Leone XIV, dottore della Chiesa l’oratoriano il cardinale John Henry Newman, la pratica della visita alle Sette Chiese tanto cara al nostro fondatore Filippo Neri e che fu praticata addirittura dallo stesso Pacelli nella veste di cardinale e segretario di Stato».
Cerrato, che per tanti anni è stato alla guida come procuratore generale della Confederazione dell’Oratorio di san Filippo Neri (1994-2012), accenna ancora a un dettaglio sconosciuto ai più: «Nel 1944 in un periodo in cui l’Italia e Roma erano colpite dal flagello della guerra in un memorabile discorso rivolto ai padri della nostra Congregazione papa Pacelli si affidò all’intercessione del suo protettore e santo della sua gioventù. Memorabili furono le sue parole: “a Filippo chiediamo che siano risparmiati all’afflitta umanità, in particolare alla diletta Roma, ulteriori mali, lutti e dolori, e a tutti sia dato di ritornare fratelli sotto i segni di Gesù Cristo, principe della pace”». Timido, riservato ma anche affabile e capace di parlare e rispondere in dialetto romanesco. E soprattutto in grado di giocare con i bambini e regalare dei biscotti fatti dalle suore in Vaticano. È la prima istantanea che affiora dalla mente di un’altra relatrice del convegno e pronipote del Pastor Angelicus donna Orsola Pacelli. «Il rapporto con il mio prozio – racconta la signora – è stato del tutto speciale improntato all’affetto e al confronto su cosa volevo fare da grande. Quando morì, nel 1958, io avevo ventun anni. Ho fatto quindi in tempo a conoscerlo e frequentarlo. E ne conservo un ricordo meraviglioso». La pronipote di Pio XII si dice soprattutto convinta che eventi come quello del 2 marzo siano un dovere della famiglia Pacelli di parteciparvi e così sfatare la questione del presunto “silenzio” di Pio XII, nato e propagandato soprattutto dopo l’uscita nel 1963 dell’opera teatrale di Rolf Hochhuth Il Vicario, di fronte al reale salvataggio degli ebrei. «I documenti ufficiali dimostrano tutto il contrario delle dicerie e delle assurde accuse. Pio XII fu cauto nel condannare apertamente Hitler per non peggiorare la situazione. Una condanna esplicita – è la riflessione – poteva raddoppiare lo sterminio. È storia che il Papa, agendo segretamente, salvò la vita a centinaia di migliaia di ebrei, nascondendoli in Vaticano o facendoli fuggire in America. Aveva dato ordine a tutti i conventi e i monasteri di ospitare e nascondere le famiglie perseguitate. E lui stesso lo aveva fatto in Vaticano come nella residenza di Castel Gandolfo». Un Papa, dunque, che grazie al suo «silenzio prudente e alla sua carità nascosta» secondo una felice definizione dello storico gesuita Pierre Blet fu in grado di salvare la vita di tanti innocenti vittime del flagello della guerra.
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