Teologia e social, attenzione alla gloria fittizia dei “like”
di Raul Gabriel
La Chiesa non è efficace perché genera contenuti (social). La Chiesa è chiamata a generare presenza

La “democratizzazione” del sapere conseguente alla deflagrazione degli strumenti digitali ha sommerso ogni genere di geografia esistenziale alterandone i palinsesti identitari, culturali, storici e sociali in un compost indifferenziato di relitti anonimi che agenti umani o digitali sono sempre più in grado di ricombinare a piacimento con un impatto equivalente al reale e sul reale.
Una trasformazione potente e indiscriminata che genera infinità di sottorealtà eterodosse, contraddittorie e paradossali, insieme a interi bestiari di nuovi organismi linguistici e architetture cognitive che del patrimonio antropologico disponibile si servono unicamente come repository inerte di frammenti da riassemblare nella comunicazione a latenza zero, incompatibile con qualunque genere di tensione mistica o suo surrogato.
Osservo con stupore sempre nuovo moltitudini di utenti pubblicare ogni sorta di materiale convinti che post e storie possano effettivamente trasmettere una visione. Pratica in cui una categoria si distingue sopra le altre. Quella dei religiosi e aspiranti tali che evidentemente agognano le glorie fittizie del digitale, estremamente appaganti per la illusione che rimandano a operatore e follower, sospirato veicolo di vanità catartiche. Scorrendo i loro feed (con pochissime eccezioni) è piuttosto facile individuarne i tratti distintivi pesantemente inquinati da un utilizzo intensivo, improprio e naturalmente mai dichiarato delle potenzialità IA più grossolanamente popolari.
Uno di questi è l’accostamento forzatamente creativo di idee e concetti, stratagemma comune con cui ostentare una presunta vivacità intellettuale e una trasversalità di pensiero all’altezza della proiezione ideologica di modernità. Valanghe di analogie estrose contestualizzate in fioriture verbose di una prevedibilità sconcertante, con cui ottenere quel genere di attenzione che rispecchia in vacuità la natura stessa dello stimolo.
Ai tanti che utilizzano il metodo a mani basse va ricordato che le intelligenze artificiali sono regine dell’associazione, perché sul parossismo combinatorio dei frammenti fondano il proprio stesso funzionamento. Il content creator si autodeclina a sottocategoria del motore di ricerca semantico. Quello religioso, in più, aggiunge il suo obbligo contrattuale a monte, da dichiarare in forme didascaliche che non lasciano dubbi, morale e improbabili prospettive salvifiche che esasperano l’artificio innaturale cosmetico e antiestetico in soluzioni dai risvolti talora grotteschi.
Tutto questo agitarsi di santità compulsive fa sembrare che siano trascorsi invano millenni di parabole, riflessioni, metafore e simbologie la cui forza autentica non risiede nella ricerca ossessiva della novità finalizzata allo stupore in virtù di logiche da sciarada enigmistica cui solo un contesto privo di profondità come il social può dare una parvenza di cittadinanza. Al contrario. La forza di una trasmissione autentica è figlia di macerazioni personali spigolose e dolorose i cui attori faticano a trovare le parole, non perché non le conoscano ma perché ne mutuano un profondo rispetto reverenziale dalla carne nelle cui cicatrici sono incise. Parole che suonano in modo completamente diverso dai prodotti della trottola caleidoscopica di una comunicazione orientata unicamente a generare like. La testimonianza non è cosa da pr, non importa quanti salmi e versetti si chiamino in causa.
I contenuti del social socialite paramistico pescano idee e dati random per assemblarli in discorsi costruiti su pattern ormai ampiamente standardizzati come il discorso “colto”, “devoto”, “ascetico” in salsa digitale. La condivisione delle esperienze e delle riflessioni tipo: “quanto è pop il Vangelo di Luca” o “quanto Buddha e santa Teresa D’Avila si nascondono in un assolo di Van Halen”, o ancora quale aminoacido è bene assumere per predisporsi alle meditazioni liturgiche 5.0, è in realtà una prassi di autocelebrazioni strumentali e maldestramente dissimulate in messaggi alle comunità e al mondo per una crescita spirituale tutta gel e sguardi accattivanti.
Forse non a tutti è noto che le intelligenze artificiali utilizzano processi come la RAG (Retrieval-Augmented Generation), il cui risultato, non di rado, ricorda la forma del collage citazionista. Un tanto di cultura popolare-mainstream, un tanto di patristica e versetti utilizzati come stratagemma aforismatico, qualche anatema profetico, un tanto di sinodalità, si fondono in sentenze che suonano grossomodo come “la fede è pop e Sanremo canta le lodi dell’altissimo”, o “la via di Damasco ci può soprendere tra una seduta aerobica e un cocktail proteico”. Naturalmente non nego che possa succedere, ma, sarà un mio limite, una ellittica non mi è mai sembrata il tramite probabile di una rivelazione esistenziale. Se sostituiamo Sanremo con Woodstock e l’Altissimo con qualunque altra accezione di divinità il risultato non cambia. Il meccanismo è chiaro. Con la aiuto della IA si può tentare di mimetizzarlo in forme credibili, ma la sostanza rimane la medesima: il vuoto assoluto che, peggio del vuoto, si veste della parvenza di un contenuto “alto”.
Si va delineando un inedito isomorfismo metodologico tra l’intelligenza artificiale e il religioso influencer tutto teso all’ecumenismo frictionless da sbandierare come risultato. La cosa può essere funzionale al fatidico engagement ma è fallimentare, anzi dannosa, per l’umanesimo rinnovato in grado di incarnare una reale alternativa e utilizzare con consapevolezza lo strumento tecnologico.
Chi volesse attribuire queste mie riflessioni ad un conservatorismo antitecnologico è totalmente fuori strada. Sono profondamente entusiasta della libertà del caos insita nel congegno IA che dà il titolo al mio ultimo libro. A maggior ragione vorrei assistere alla genesi di un pensiero autonomo in grado di tracciare le proprie procedure piuttosto che alla proliferazione di religiosi e non religiosi che in una sorta di alchimia digitalizzata transustanziano nell’avatar perfetto del wellness emotivo in stile Vogue dei poveri. La predicazione spettacolo, le pillole di mistica distribuite senza sosta alle masse dei follower sono pensate per acquisire consenso facile e non disturbare realmente nessuno utili unicamente alla propria instancabile autopromozione. E ci riescono perché perfettamente omogenee alla parestesia indotta dallo scrolling. Poco importa che sia il vangelo di questo o quello, le profondità di sant’Agostino, Tommaso o i versetti della Bhagavadgita.
Siamo all’alba di una teologia algoritmica alienata e tesa a diluire ogni attrito per puntare su una fluidità in cui si perde la densità del mistero e la sua irriducibilità ad ogni genere di positivismi, ottimismi ideologici e ansie presenzialiste.
La Chiesa non è efficace perché genera contenuti (social). La Chiesa è chiamata a generare presenza.
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