Israele, la Corte Suprema "congela" le restrizioni per le Ong: «Possono restare a Gaza»

Accolta la petizione di 37 associazioni umanitarie che però denunciano: «Ci hanno già portati fuori, il governo di Netanyahu ha ancora molte possibilità per impedirci di lavorare»
February 28, 2026
Israele, la Corte Suprema "congela" le restrizioni per le Ong: «Possono restare a Gaza»
L'attesa di alcuni aiuti alimentari a Gaza continua ancora oggi / Afp
Fino a nuova notifica, le 37 organizzazioni umanitarie internazionali che si sono rifiutate di conformarsi alle nuove regole israeliane di registrazione potranno continuare a operare a Gaza e in Cisgiordania oltre il 1° marzo, data prevista dalle autorità di Tel Aviv per l’interruzione delle attività e la partenza del personale straniero dai Territori palestinesi e da Israele. A stabilirlo è l'ingiunzione ad interim emessa ieri dalla Corte Suprema israeliana, giunta in risposta alla petizione inoltrata da 17 Ong che richiedevano all’alto tribunale un’ingiunzione provvisoria capace di sospendere l’implementazione del nuovo regolamento promosso nel marzo 2025 dal governo.
A fine dicembre l’esecutivo aveva dato alle organizzazioni internazionali 60 giorni di tempo per fornire una lista dettagliata del personale, accusato di ospitare stranieri inclini alla propaganda anti-israeliana e palestinesi “infiltrati”, con legami diretti alle fazioni politiche e combattenti. Nel dicembre 2024 la gestione delle Ong nei Territori palestinesi è significativamente passata dal ministero del Welfare e degli Affari Sociali a quello della Diaspora e della Lotta all’Antisemitismo. L’iniziativa porta alle estreme conseguenze uno storico sospetto nei confronti delle organizzazioni umanitarie, a partire dall’Unrwa, l’Agenzia dell’Onu per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi che da quasi 80 anni ricopre un insostituibile ruolo para-statuale, e vede oggi nei Territori Occupati la propria esistenza messa in dubbio dalle restrizioni israeliane.
«Oggi l’Alta Corte di Giustizia ha concesso ai residenti di Gaza e della Cisgiordania un po’ di respiro. Le organizzazioni umanitarie, che lavorano giorno e notte per alleviare, anche solo in parte, la devastazione che Israele infligge quotidianamente nei territori sotto la sua occupazione, non saranno tenute, per il momento, ad andarsene. La svolta arriverà quando Israele riconoscerà i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale, permetterà alle organizzazioni di operare e di fornire assistenza, come fanno nel resto del mondo, e smetterà di trattarle come nemiche». Hanno accolto così la sentenza della Corte Alva Kolan e Yotam Ben Hillel, gli avvocati israeliani che hanno curato la petizione delle 17 organizzazioni.
Gli argomenti legali che hanno ottenuto la provvisoria sospensione imputano al governo Netanyahu di aver mostrato una strategica sordità davanti alla richiesta di delucidazioni delle Ong, evidenziano che la diffusione dei dati relativi al personale infrangerebbe la legge europea e internazionale, e che all’esecutivo manca l’autorità per intervenire in territori affidati dagli Accordi di Oslo all’Autorità Palestinese.
Kolan e Ben Hillel hanno poi fatto leva sull’articolo 63 della quarta Convenzione di Ginevra, che impone a una forza occupante di non impedire l’intervento umanitario. La richiesta di ottenere i numeri di telefono degli operatori, sottolinea l’ultimo snodo difensivo, manca completamente di «proporzionalità»: la sicurezza così ottenuta andrebbe con l’interruzione delle attività sul campo a generare danni «catastrofici» per la popolazione. Nella petizione, le Ong dichiarano di aver speso oltre 500 milioni di dollari in cibo, acqua e servizi sanitari. Secondo l’Ocha, l’ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari, sono 565 gli operatori uccisi da Israele fra il 7 ottobre 2023 e il “cessate il fuoco” del 10 ottobre 2025. Il tempo impiegato dalla Corte per esprimersi è indicativo di quanto la materia sia controversa, oscilli fra i fermi elementi giuridici e le pulsioni politiche: «Il governo era chiamato a rispondere alla petizione mercoledì alle 2 del pomeriggio, poi ha chiesto una proroga fino alle 8», spiega ad Avvenire l’avvocato Ben Hillel, per il quale l’esecutivo «ha ancora molte soluzioni per impedire alle organizzazioni di lavorare. Ho speranza, anche se fare questo lavoro è diventato decisamente più difficile negli ultimi due anni». «Resterei cauto», suggerisce Roberto Scaini, responsabile medico di Medici senza frontiere (Msf) per l’area nord di Gaza, che è stato costretto abbandonare nei giorni scorsi insieme agli altri internazionali. La scadenza del 1° marzo e il dubbio sull’esito della petizione, nella Striscia come in Cisgiordania, hanno portato molti (presumibilmente tutti) gli operatori stranieri a lasciare i Territori e Israele. Resta il personale palestinese.
Nonostante nella Striscia la “tregua” abbia portato qualche miglioramento, spiega Scaini, «la situazione in termini di bisogni è difficilmente descrivibile. Penso solo alle attività che io supervisionavo: 1.500 pazienti al giorno più un reparto da 40 posti letto per le cure avanzate dei feriti, che rimarrebbero senza assistenza se le operazioni venissero interrotte. E dobbiamo immaginare le altre aree di Gaza, e tutte le organizzazioni coinvolte». Msf, Oxfam, il Norwegian Refugee Council e le altre 34 Ong attendono ora la sentenza definitiva della Corte Suprema.

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