Caro Vannacci, i popoli che nascono dalla terra non fanno una bella fine

L’ossessione per le identità autoctone non regge nel caso dell’Italia, e in ogni caso, andrebbero riletti i frammenti dell'Eretteo per scoprire come dalla mitologia identitaria all'identità omicida il passo è breve
February 27, 2026
Caro Vannacci, i popoli che nascono dalla terra non fanno una bella fine
Roberto Vannacci ai tempi in cui è stato comandante della brigata Folgore
In un corrosivo pamphlet pubblicato nel 2003, Marcel Detienne, il grande comparatista francese fondatore (con Jean-Pierre Vernant) dell’antropologia storica del mondo antico, poneva la questione di «come delle piccole mitologie innocenti possano brutalmente trasformarsi in “identità omicide”». Il libro (tradotto in Italia per Sansoni) era intitolato Essere autoctoni. Come denazionalizzare le storie nazionali e si proponeva di demistificare i miti greci dei “nati dalla terra”. Ogni polis di qualche pretesa vantava infatti il suo autoctono progenitore: dal gheghenés Cecrope e dalla sua ipostasi Erittonio, metà uomini e metà serpenti, direttamente sgorgati dal sacro suolo dell’Attica, agli Sparti tebani generati dai denti del drago seminati da Cadmo, ai primi re dell’Arcadia, della Laconia, della Beozia (rispettivamente Pelasgo, Lelego e Ogigo) «Noi, noi siano gli autoctoni!» proclama con orgoglio forsennato Prassitea in un frammento dell’Eretteo, la tragedia perduta di Euripide. Al suo sposo Eretteo, mitico sovrano ateniese che per salvare la città medita di adottare un bambino da immolare a Poseidone, la donna oppone che «gli esseri del nostro sangue devono essere considerati superiori a quelli adottati». E quindi: «Offrirò mia figlia alla morte!». In questo caso l’ossessione dell’autoctonia giunge al sacrificio degli affetti più cari, ma l’ideologia suprematista da cui scaturisce non lascia dubbi sulle sue possibili ricadute quando si applichi ai nati da altre terre. «Non si saprebbe trovare una città superiore a questa: la sua popolazione non è mai venuta da fuori» argomenta la regina. E chiunque venga da fuori «somiglia a un misero chiodo piantato in una trave: di nome, è cittadino; di fatto, non lo è». Il ragionamento riflette una concezione arcaica (prepolitica) della polis, vista essenzialmente come una comunità di sangue con le radici ben piantate nel patrio suolo, e comporta la primazia di chi ne fa parte rispetto a tutti coloro che ne sono estranei.
Mutatis mutandis, è lo stesso pensiero sotteso al manifesto vergato dal generale Vannacci, quasi tre millenni dopo, per presentare il suo “Futuro nazionale”. L’assunto di base – implicita eco dell’argomentazione di Prassitea – è che «l’Italia è il Paese più bello e più rilevante della storia mondiale». In un testo gonfio di iniziali maiuscole, frasi fatte, didascalismi goffi, retorica dozzinale, anacoluti, e che raffazzona citazioni dal Vangelo a Dante Alighieri per culminare comicamente con lo pseudo Vangelo di Oliviero Toscani («Chi mi ama mi segua», indimenticata pubblicità dei jeans Jesus che divise l’Italia nei primi anni Settanta), l’unico filo coerente da cima a fondo è proprio questo: l’Italia e l’italianità, intesi come una realtà iperuranica data una volta per tutte e immutabile nel tempo, alla quale nulla può essere aggiunto.
«Chiunque venga in Italia a lavorare sarà rispettato ma non per questo diventerà italiano»: ossia resterà per sempre un misero chiodo piantato in una trave. Ma in che cosa consiste questa supposta identità archetipica? Un chiaro, inquietante indizio è in una frase buttata lì con anapodittica persuasione: «Viene prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni, che devono esserne al servizio, e infine, fintanto che gli interessi di questi due soggetti sono salvaguardati, il Diritto». Questa mitologica Italia che “viene prima” è precisamente la nazione in quanto comunità tenuta insieme da vincoli prepolitici inscritti nel sangue («Amore per il sangue del mio sangue» professa il generale) e cementati dalle radici tradizionali che «ancorano la nostra identità alla nostra terra». Una piccola mitologia, non tanto innocente. Che a venire prima debba essere lo Stato, e non l’ethnos, è un’acquisizione saldamente ritenuta dai tempi di Hobbes (e, risalendo, di Machiavelli), anche nell’epoca degli Stati-nazione, perlomeno in Occidente e salvo tragici incidenti di percorso: lo Stato nasce da un patto politico, non dalla biologia – sebbene, in origine, si tratti di un patto tra individui che condividono un determinato territorio e quindi dei legami sanguinei. Ma nella gerarchia valoriale di Vannacci è tutta la moderna concezione disincantata che viene capovolta, ponendo sull’ultimo gradino il diritto, in funzione ancillare rispetto allo Stato, a sua volta subordinato alla mistica nazione Italia. Con tanti saluti allo Stato di diritto, che è tale appunto in quanto pone la legge al di sopra di ogni cosa. Nómos basiléus , la legge sovrana («di tutti, i mortali e gli immortali»): non è necessario arrivare al nostro presente, questo è Pindaro, V secolo avanti Cristo.
Ma anche concessa (e non ammessa) l’inversione vannacciana, resta il problema dell’identità «ancorata alla nostra terra». E qui casca il generale. Perché di genti, culture e relative identità ne sono passate sulla nostra terra: Vannacci cita l’impero romano, il diritto romano, la filosofia greca, la religione cristiana, «l’eroismo romano-germanico che diede vita al Sacro Romano Impero» (e inoltre gli ottantamila campanili, il profumo del pane, la cucina, la domenica in famiglia, il focolare domestico, i poeti, gli eroi e così via stereotipando), senza apparentemente rendersi conto che ognuno di questi caratteri identitari non è saltato fuori (dalla terra) tutto d’un colpo e assieme a tutti gli altri, ma è il risultato di un ininterrotto processo diacronico di plurime contaminazioni. Roma è stata un grande melting pot (come l’America prima di Trump) e a questo ha dovuto i suoi successi, e allo stesso modo la civiltà medievale da cui ha preso le mosse il nostro presente è frutto di una lunga incubazione cominciata con l’avvento dei barbari, ai quali nei secoli si sono aggiunti gli apporti di bizantini, arabi, normanni e di tutte le genti che di volta in volta hanno preso dimora nella Penisola.
Questa è l’Italia: il risultato di questa storia. Non esiste un popolo nato dalla terra, non esiste una purezza originaria da preservare, non c’è una nazione radicata dall’alba dei tempi nel medesimo suolo. L’italianità è un fiume che scorre raccogliendo le acque dei suoi affluenti, un’identità mobile perennemente in divenire, e volerla imbalsamare è una pretesa anti-storica, destinata, proprio per ciò, a fallire. Ma, prima di fallire, capace di fare vasto danno. Nel delirio dell’autoctonia, Prassitea arriva a immolare la figlia. Ma a quel punto anche le altre figlie, che avevano fatto voto di morire tutte insieme, si tolgono la vita: dalla mitologia identitaria all’identità omicida.

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