In Egitto braccianti a vita: la terra è vietata alle donne
di Duaa Imam, Il Cairo (Egitto)
Le figlie femmine non ereditano i campi: sulla legge prevale la tradizione patriarcale. Le storie di Olfat, Sayyida e Afaf, condannate a lavorare per sempre nonostante i titoli di proprietà

A 60 anni, Olfat Jabr lavora ancora ogni giorno nei campi. Trascorre le mattinate insieme ai braccianti che vengono pagati a giornata. Alle due del pomeriggio, il lavoro è finito e torna a casa, dove suo fratello le garantisce vitto e alloggio. «Riuscite a credere che possiedo due acri di terra e che questa è la mia situazione?», chiede. Olfat vive nel villaggio di Al-Barraniyya, nel distretto di Ashmoun della provincia di Menoufia (nel delta egiziano). Ci racconta come è stata costretta a rinunciare alla sua vita in cambio di una terra che non controlla veramente. Quando suo padre morì, lasciò più di dieci acri. La quota che le spettava, due acri, è stata registrata a suo nome, poiché aveva lavorato come contadina da quando aveva 5 anni mentre i suoi fratelli proseguivano gli studi. «Mi è stata negata l'istruzione, mentre i miei fratelli hanno completato gli studi e ottenuto una laurea», ricorda. «Dopo la morte di mio padre, mi hanno impedito di sposarmi. Uno dei miei fratelli mi ha picchiata quando ho detto che volevo una famiglia, sostenendo che gli uomini erano interessati solo alla mia eredità. Sono passati gli anni e non mi sono mai sposata. Più tardi, uno dei miei fratelli mi ha chiesto di cedergli la mia terra in modo da poter fare domanda per un lavoro che richiedeva la prova della proprietà agricola. Ho accettato a condizione che me la restituisse una volta ottenuto l'incarico». Ma quella promessa non è stata mantenuta. «Mi ha detto che in ogni caso la terra sarebbe tornata a loro dopo la mia morte, dato che ero single e vivevo a casa sua. Gli abitanti del villaggio e persino mia cognata mi trattano come un peso, qualcuno che vive alle loro spalle, mentre io lavoro nella mia terra per pochi spiccioli. Non mi lasciano sposare e non mi restituiscono la mia terra».
Doppia privazione
La proprietà dei terreni agricoli in Egitto è regolata da una serie di leggi, usanze e tradizioni che spesso sfruttano il lavoro delle donne negando loro i diritti di eredità o di proprietà, perpetuando la discriminazione. Sayyida Metwally, 38 anni, di Kowm Al-Ashraf nel governatorato di Sharqiya, è venuta a sapere del progetto del padre di distribuire i suoi beni prima della sua morte. Il figlio ha ricevuto la casa di famiglia. «Eravamo cinque ragazze e un ragazzo – racconta Sayyida -. Siamo rimasti sorpresi che mio padre avesse dato la casa a lui. Abbiamo accettato la sua volontà, ma io sono stata esclusa anche dalla terra per qualche strana ragione, forse perché non ho figli». Sayyida aveva lavorato ogni giorno nella fattoria di famiglia fin dall'infanzia, poi si è sposata ma non ha avuto figli. «Mio padre non vedeva alcun motivo per darmi la terra come ha fatto con i miei fratelli – spiega -. Temeva che mio marito se ne sarebbe appropriato, o che lo avrebbe ereditato dopo la mia morte. Sono stata privata sia della maternità che della terra. Ho pensato di vendere la mia quota a mio fratello per pagare le cure mediche che avrebbero potuto aiutarmi a concepire, ma sapevo quale sarebbe stata la risposta di mio padre: “Lascia che sia tuo marito a spendere per te”. Così sono rimasta in silenzio».
Il destino di Afaf Moussa, di Al-Hawarta, nel governatorato di Minya (Alto Egitto), non è diverso. Suo padre morì quando lei era al primo anno di università, lasciando sua madre a crescere la famiglia. Afaf ricorda i suoi primi passi nella “terra”: «Le mie tre sorelle, il mio fratello maggiore, quello minore e io eravamo tutti bambini. Nessuno di noi era sposato quando mio padre morì». Le lacrime le riempiono gli occhi mentre racconta come sua madre favorisse i figli maschi. «Ci disse che a noi figlie sarebbe stata negata l'eredità di due acri di terra e due case perché eravamo già state date in spose a scapito delle nostre quote. I miei fratelli si sono sposati al doppio del costo, eppure ognuno di loro ha ricevuto una casa e un acro di terra». Quando le figlie protestarono, la risposta fu: «Se prendete la vostra quota di eredità, perderete i vostri fratelli. E se avrete problemi nei vostri matrimoni, non avrete nessuno che vi sostenga, nessuna casa in cui tornare». «Così ci siamo arrese – conclude Afaf -. E da allora nessuna di noi ha osato rivendicare i propri diritti».
Eredità condizionata
Alle donne viene sistematicamente negato il diritto di possedere e gestire proprietà, un'esclusione che lascia segni indelebili sulla loro sicurezza economica. L'accesso alla terra, all'acqua e ad altre risorse naturali è limitato da leggi discriminatorie e da pratiche consolidate che costringono le donne a registrare le proprietà a nome di un parente maschio, che sia il padre, il fratello, il marito o persino il figlio. In caso di separazione o divorzio, gli uomini spesso mantengono il controllo dei beni, mentre le donne possono ritrovarsi senza casa o costrette a condividere la proprietà con i suoceri, senza ottenere alcuna autorità o diritto reale, secondo la New Woman Foundation. L'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) riferisce che gli uomini hanno il doppio delle probabilità rispetto alle donne di detenere diritti di proprietà o di possesso sicuri sui terreni agricoli in oltre il 40% dei Paesi che hanno fornito dati sulla proprietà terriera in capo a donne. Nella maggior parte dei Paesi arabi, meno del 10% delle donne possiede terreni.
Le pratiche culturali, religiose e consuetudinarie rafforzano queste disparità.
«L'autorità patriarcale – afferma May Saleh, direttrice del programma Women and Work della New Woman Foundation - influisce pesantemente sull'esclusione delle donne dalle proprietà agricole, poiché la proprietà delle donne è ancora considerata una vergogna». Saleh racconta a Sharika Wa Laken che gran parte delle donne sono lavoratrici stagionali o migranti, assunte su base giornaliera con salari bassi. Con guadagni così esigui, non possono permettersi di acquistare terreni. Nel frattempo, alle donne che lavorano senza retribuzione nelle aziende agricole di famiglia viene spesso negata l'eredità in base alle norme sociali prevalenti, oppure viene loro consentito di ereditare solo a condizione che non vendano a estranei, ma esclusivamente ai loro fratelli maschi. «La proprietà agricola è fondamentale per l'emancipazione economica delle donne - aggiunge Saleh -. Senza di essa, esse sono private dell'accesso ai prestiti che richiedono la proprietà come garanzia, alle opportunità di affitto che potrebbero fornire un reddito stabile e a innumerevoli altre possibilità». Per Saleh affrontare il problema richiede una riforma sia culturale che giuridica: «Abbiamo bisogno di un cambiamento sociale. Deve esserci un chiaro meccanismo giuridico per il trasferimento della terra alle donne, soprattutto nei casi di eredità». Saleh esorta i funzionari a coordinarsi con le banche e i registri per trattare le donne come individui indipendenti in grado di rivendicare direttamente i propri diritti, piuttosto che canalizzare l'accesso attraverso figli, fratelli o mariti in virtù del legame di parentela.
Paura delle donne
Nella sua analisi, Lamia Lotfi, attivista per i diritti umani e cofondatrice dell'iniziativa Rural Women, spiega che alle donne viene negata la proprietà dei terreni agricoli, o più in generale dei beni immobili, perché sono percepite come dipendenti, l'elemento “più debole” della società. Sottolinea che ciò non è casuale, ma una forma di impoverimento e emarginazione deliberati. «Le donne rurali lavorano, retribuite o meno, nelle aziende agricole di famiglia, contribuiscono alle spese domestiche e talvolta sostengono interamente il peso della famiglia. Eppure rimangono soggiogate all'interno della famiglia nucleare o allargata. Alle donne - aggiunge Lotfi - viene negata la proprietà per il timore che l'indipendenza finanziaria permetta loro di sfidare l'autorità patriarcale o di scegliere la separazione. Il controllo degli uomini sulle risorse finanziarie delle donne è uno strumento fondamentale per controllarle come persone». L’attivista sottolinea anche le barriere strutturali: le reti di trasporto inadeguate nei villaggi consentono agli uomini di affidarsi alle motociclette per spostarsi facilmente, ma questa opzione è tabù per le donne nelle zone rurali.
Femminilizzazione della povertà
Neamat Mohammad El-Sayyed Mostafa, docente di Sociologia presso la Facoltà di Scienze dell'Educazione dell'Università di Alessandria, ha esaminato le conseguenze della negazione del diritto delle donne alla proprietà terriera e il suo impatto diretto sul declino del loro tenore di vita e sostiene che l'emancipazione economica delle donne rurali è essenziale per sradicare la povertà tra le donne e raggiungere uno sviluppo umano autentico e sostenibile. L’esperta sottolinea anche che le donne, sia cristiane che musulmane, nelle zone rurali dell'Egitto continuano ad essere emarginate e private della loro legittima eredità, sia in denaro che in natura, per una serie di motivi, nonostante che le religioni, le convenzioni internazionali e le leggi affermino tutte l'indipendenza finanziaria delle donne e il loro diritto all'eredità.
(giornalista della rete Sharika Wa Laken)
La rete Sharika Wa Laken, a cui appartiene la giornalista che ha firmato il reportage in questa pagina, è una piattaforma digitale femminista basata a Tripoli in Libano e impegnata da anni ad amplificare le voci di donne e ragazze attraverso le inchieste e le denunce di una rete di oltre 250 reporter dell’intera regione Mediorientale e del Nord Africa, sotto la guida della caporedattrice Hayat Mirshad. Sharika Wa Laken è uno dei dieci network al femminile che nel 2025 hanno preso parte alla campagna di Avvenire “Donne senza frontiere”. Una volta al mese continueremo a pubblicare reportage dal Sud del mondo, contribuendo in questo modo anche a sostenere il lavoro delle colleghe.
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