L'arsenale dell'Iran e i missili puntati contro le basi Usa: ecco cosa spaventa l'America

Il vicepresidente Vance: gli ayatollah non ci trascineranno in una lunga guerra. Ma il regime conta su 2mila vettori a medio-lungo raggio problematici anche per Israele. La difesa via terra e via mare di Teheran e la difficile, eventuale campagna militare statunitense in un territorio che non è il Venezuela di Maduro
February 27, 2026
L'arsenale dell'Iran e i missili puntati contro le basi Usa: ecco cosa spaventa l'America
Un murale anti-americano per le vie di Teheran / Afp, Ansa
Che fare dell'arsenale missilistico persiano, il più imponente in Medio Oriente? Su richiesta iraniana, il tema non è stato oggetto di trattativa a Ginevra, ieri e prima ancora. Ma sul dossier, molto spinoso, occorrerà tornare presto, perché, sia il presidente statunitense, Donald Trump, sia il suo vice, Vance, sia il segretario di stato, Rubio, hanno lanciato l'allarme: Teheran ha vettori in grado di colpire oltre il breve raggio e il teatro regionale, fino all'Europa e, presto, all'America, nonostante il vecchio limite di 2mila chilometri, autoimposto vent'anni fa dalla teocrazia, ma disatteso.
In un'intervista al "Washington Post", il vicepresidente ha spiegato che la Casa Bianca sta ancora valutando la possibilità di un intervento ma che non c'è alcuna chance che gli Stati Uniti vengano trascinati in una lunga guerra. «Penso che tutti preferiamo l'opzione diplomatica, ma dipende da cosa faranno e diranno gli iraniani» ha aggiunto.
Concordi in parte con le recenti affermazioni trumpiane al Congresso sono le valutazioni degli 007 statunitensi: sebbene concretizzabili nel 2035, se perseguite, le prospettive di missili intercontinentali iraniani non sono inverosimili, perché il programma spaziale iraniano, già avanzato, porta con sè capacità trasferibili in un vettore puntabile contro il territorio americano, sogno proibito dai tempi del generale dei pasdaran Moghaddam, ideatore del disegno, fino alla morte prematura per mano israeliana.
Come i leader americani, gli israeliani premono perché i team negoziali statunitensi strappino, presto o tardi, limiti quantitativi e qualitativi agli ordigni iraniani. Un punto irricevibile questo per l'establishment iraniano, irricevibile a meno di novità eclatanti sull'embargo plurilaterale che dal 1979 strangola, stravolgendolo, l'approvvigionamento convenzionale dell’Iran, ricorso a triangolazioni più o meno occulte con aziende belliche cinesi, russe e nordcoreane.
L'Iran che negozia a Ginevra sul programma nucleare dispone già oggi di un arsenale missilistico non inferiore ai 2mila vettori a raggio medio e intermedio, problematici per Israele in alcune declinazioni, assistite da sistemi di guida terminale e teste manovranti, d’ostacolo al lavoro degli scudi. Non meno inquietanti dei missili di teatro, esplosi in 550 unità durante l’ultima guerra contro Israele, sono le centinaia, forse migliaia di vettori a corto raggio, già puntati contro le 8-9 basi mediorientali americane e i loro 30-40mila uomini. L’Iran ha scommesso come non mai sulla restaurazione prebellica innovante: avrebbe affinato la precisione terminale dei missili, i sistemi di guida e la manovrabilità, moltiplicando esche, inganni e contromisure, in un lavoro di sponda con aziende cinesi, fornitrici pure di componenti basilari per combustibile solido, anche se sussiste un’incognita, vulnus dell’insidia missilistica.
Quanti lanciatori mobili siano oggi a disposizione dell’Iran è oscuro: riparati quando distrutti, costruiti ex novo o importati, il totale non dovrebbe superare le poche centinaia, inficiando in parte la strategia declaratoria di attacchi massivi, comprensivi però di minacce navali, crescenti con il futuro arrivo di cruise supersonici di fattura cinese. Dalle fortificazioni fra Jask e Chabahar, i pasdaran possono sparare in 24 ore 300 missili terra-mare contro obiettivi situati fra 120 e 400 chilometri, infastidendo le navi statunitensi nel Golfo e interdicendo lo stretto di Hormuz.
Quei 300 sono parte di un ordito nutrito di 8 classi di missili antinave, molti dei quali da crociera, sdoppiantisi spesso in ordigni anti-obiettivi terrestri: un combinato disposto di droni, cruise, missili poliedrici, mine, vedette e sottomarini costieri che spinge gli analisti del quotidiano Wall Street Journal a reputare l’Iran capace di infliggere danni reali ad americani e alleati.
Una campagna militare sarebbe problematica, più del Venezuela, colpito di recente: dagli esordi negli anni 1980, l’Iran, oggi annaspante, ha ampliato a macchia di leopardo il programma missilistico, i centri coinvolti nello sviluppo, le basi, i siti missilistici speciali e le cosiddette città missilistiche, strutture fortificate, scavate nelle balze delle montagne, in un tripudio di cittadelle con tunnel ed edifici intercomunicanti, riparo più sicuro per missili e lanciatori, con design e lavori anche di matrice nordcoreana, abbinati a tattiche elusive del tipo spara e scappa.
A nord di Bandar Abbas sorgerebbero le strutture sotterranee di Hajabad, foriere di almeno 7 silos verticali induriti; a una quarantina di chilometri, ecco la base missilistica di Khorgo, incuneata in una valle, per buona parte sotterranea, come la base Chamran, nei pressi di Jam.

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