Ecco come la pop-teologia legge le canzoni di Sanremo

Molti brani cantano l'amore oltre la morte, altre la fragilità come spiraglio di luce. E poi le poesie clandestine...
February 26, 2026
Ecco come la pop-teologia legge le canzoni di Sanremo
Ermal Meta sul palco dell'Ariston, il 24 febbraio 2026 / ANSA/ETTORE FERRARI
C’è un modo di guardare al Festival di Sanremo che va oltre la classifica e il gossip. È lo sguardo di chi vede nel palco dell’Ariston non un semplice intrattenimento, ma un vero specchio dell’umano, un luogo dove la vita si racconta con onestà e dove emergono, talvolta senza saperlo, quelle domande di senso che abitano il cuore dell’uomo. La 76esima edizione del Festival ha offerto materiale prezioso per questa lettura “pop-teologica”. Perché la teologia autentica non giudica dall’alto, ma si china sulle pieghe della storia, sulle ferite e sulle speranze del popolo, per gettarvi la luce della ragione critica e della fede. In questo Sanremo 2026, quella luce ha illuminato un affresco sonoro fatto di fragilità, amore, perdita e ricerca di identità.
Fragilità come feritoia di luce. La prima grande intuizione è il rovesciamento di prospettiva sulla fragilità. Viviamo in un’epoca che ci vuole sempre performanti, sempre vincenti. La società dello spettacolo amplifica il mito dei corpi perfetti e delle vite da sogno. Eppure, le canzoni di questa edizione hanno fatto il contrario: hanno cantato la caduta, la paura, la notte dell’anima. Hanno raccontato di chi non si addormenta perché l’infinito lo spaventa (Fulminacci), di chi si sente solo in mezzo alla folla (Patty Pravo), di chi combatte con le proprie ansie (Tredici Pietro, Maria Antonietta). In un mondo che vorrebbe rimuovere il dolore, Sanremo lo ha messo al centro del palco. Qui sta il paradosso: la fragilità diventa feritoia di luce. Non è un difetto da nascondere, ma il luogo dove può nascere la forza più autentica, quella che non è potenza ma resilienza, capacità di trovare significato nella sofferenza. Le “crepe dell’anima” non sono tabù, ma porte verso una comprensione più matura di noi stessi. È un messaggio potentemente evangelico e insieme profondamente laico: la vera forza non è l’assenza di debolezza, ma la capacità di abitarla e trasformarla.
Un amore che resta, anche oltre la morte. Un altro tema dominante è l’amore tenace, persistente, che sfida il tempo e la morte. Lo abbiamo visto nei brani dedicati ai cari scomparsi: Serena Brancale che canta alla madre con un desiderio così potente da voler “scalare la terra e il cielo” pur di riaverla accanto; Ermal Meta che trasforma una filastrocca in un requiem per una bambina di Gaza, tenendo viva la memoria che la guerra uccide. Sono testimonianze di un amore che non si arrende alla perdita. Sono la prova che nell’uomo è incisa l’intuizione che l’amore sia più forte della morte. Chi scalerebbe l’universo per un pugno di polvere? Lo fa solo chi intuisce che l’altro, anche quando non c’è più, continua ad abitare in un luogo che la ragione fatica a definire, ma che il cuore percepisce come reale. È un messaggio che parla a tutti, al di là di ogni appartenenza religiosa, perché tocca il bisogno universale di non essere dimenticati, di lasciare un segno che il tempo non cancella.
Il valore delle domande, più che delle risposte facili. La pop-teologia valorizza le domande che le canzoni sollevano, più che cercare risposte preconfezionate. Non deve fornire un catechismo in musica, ma riconoscere gli interrogativi autentici che emergono dal vissuto. “Che senso ha cadere?”, “Dov’è Dio nel dolore?”, “Cosa c’è tra la vita e la morte?”. Sono domande scomode, che non ammettono risposte semplici. Ma è proprio in questa loro incomodità che risiede la loro serietà. In un’epoca che superficializza ogni esperienza, il fatto che canzoni popolari osino porsi tali interrogativi è già un atto di resistenza culturale. Siamo invitati a non aver paura di queste domande, a guardare la nostra esperienza con serietà, riconoscendo che anche nel dolore può nascondersi una domanda di senso che merita ascolto.
Poesie clandestine dell’anima. C’è poi un’intera categoria di canzoni che potremmo definire, con le parole di LDA e Aka7even, “poesie clandestine”. Sono brani che parlano di amori nascosti, di parti di sé che non si mostrano, di “Napoli sotterranea” che regge la città visibile. È la metafora di ciò che la pop-teologia cerca di fare: portare alla luce ciò che è sotterraneo, dare voce a ciò che è clandestino, mostrare che sotto la superficie dello spettacolo pulsa una vita interiore profonda. Artisti come Fulminacci, Nayt, Chiello, Michele Bravi, Arisa, hanno cantato questa interiorità, trasformando il palco in un confessionale laico dove si cerca condivisione, comprensione, compassione: hanno parlato di maschere da togliersi, di paure da confessare, di un infinito che spaventa ma che allo stesso tempo affascina.
La teologia in punta di piedi. L’approccio è profondamente rispettoso dell’arte e dell’uomo. Non si giudicano moralisticamente i testi, non si censurano, non si forzano in schemi religiosi precostituiti. Si tratta invece di scoprire le domande che già ci sono, restituirle alla nostra esperienza, lasciando che sia la vita di ciascuno a trovare, se vuole, le proprie risposte. È un invito a non ghettizzare l’arte, a considerare la cultura popolare come un campo fertile dove possiamo trovare semi di bellezza, desiderio di senso e tracce di umanità autentica. Sanremo 2026 ci ricorda che la grazia passa anche lì, a volte in punta di piedi, tra una nota e l’altra, tra una lacrima e un sorriso. Basta avere occhi (e orecchie) per vedere.
Presidente della Pontificia Accademia di Teologia
 

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