Da Fulminacci a Ditonellapiaga, così marketing e algoritmi hanno ucciso i cognomi
La proliferazione di nomi assurdi tra i cantanti è il sintomo di una profonda insicurezza artistica. In un’epoca in cui la soglia di attenzione è quella di un pesce rosso su TikTok, il nome deve «shoppare»

Sono cresciuto pensando che Al fosse il nome, e Bano il cognome. Non era vero, ma mi fidavo. E se mio nonno diceva: Fulminacci!, correvo alla finestra a guardare il cielo. Adesso invece parte l’orchestra. C’era una volta il cognome. Solido, rassicurante, inciso sulle targhe d’ottone dei citofoni o sui manifesti dei teatri. Ci si presentava al pubblico con un’identità anagrafica: se ti chiamavi Morandi, Ranieri, o persino Mannoia, stavi offrendo al pubblico un’identità. Oggi, salire sul palco dell’Ariston richiede apparentemente un certificato di stravaganza onomastica. Varcare le porte del Festival di Sanremo sembra richiedere un prerequisito diverso: aver pescato un nome a caso da un cestino di bigliettini scritti mentre sei ubriaco. E che, per entrare in classifica, serva prima passare da un generatore casuale di nomi tra il catalogo Ikea e un ricettario futurista.
Ho provato a chiedermi perché questo accada e mi sono risposto che traslocare da Nilla Pizzi a Lda e AKA 7even, è la dimostrazione di un cortocircuito. Siamo passati dalle voci ai brand, dai cantanti ai «concept». Se ti chiami Fulminacci, non stai solo cantando; stai cercando di occupare uno spazio semantico che prima non esisteva per compiacere l’algoritmo di Google. In un mondo dominato da Spotify, chiamarsi «Marco Rossi» è un suicidio digitale. La SEO (l'ottimizzazione per i motori di ricerca) esige l’unicità. Fulminacci all’anagrafe non esiste: se lo digiti, trovi lui. Non trovi un omonimo che vende assicurazioni a Voghera. Il nome diventa un brand preconfezionato, una parola chiave che appartiene a un solo padrone. Se ti presenti come Ditonellapiaga invece, stai già mettendo le mani avanti: il disagio è parte del pacchetto, la provocazione sostituisce la presenza scenica. Come le Bambole di pezza, un nome che oscilla tra il nostalgico e il rassicurante, quasi a voler coprire con un’etichetta estetica quello che spesso è un prodotto musicale rifinito in laboratorio. La verità è che questa proliferazione di nomi assurdi è il sintomo di una profonda insicurezza artistica. In un’epoca in cui la soglia di attenzione è quella di un pesce rosso su TikTok, il nome deve «shoppare» come dicono quelli che sanno esattamente cosa significhi. Deve essere un urlo nel vuoto pneumatico della proposta musicale media. Se non hai una melodia che resti impressa, prova almeno a farti ricordare per il fatto che ti chiami come un’eruzione cutanea, o un giocattolo d’altri tempi.
Di certo i nomi banali spaventano una generazione che cerca la vicinanza, il difetto, la vibrazione urbana. Scegliere di farsi chiamare Chiello, Samurai Jay, o Nayt, non è solo un vezzo, è una dichiarazione d’intenti: «Non sono omologato, sono fastidioso, sono qui per pungere». È l'ironia che maschera la paura di non essere all’altezza di un nome proprio. Ma il problema è più profondo: dietro questi pseudonimi da cartone animato spesso si nasconde il vuoto. Una volta l’originalità stava nel timbro, nel testo che ti faceva riconoscere alla prima nota. Oggi l’originalità è delegata all’ufficio marketing che sceglie il packaging. Ci stiamo abituando a un Carnevale permanente dove le maschere sono più interessanti dei volti. Forse però occorre essere indulgenti: un nome bizzarro non ha mai ucciso nessuno. E chi alza il sopracciglio probabilmente ha solo nostalgia di un tempo in cui l'artista non aveva bisogno di gridare «guardami, sono strano!» per essere notato. La storia della musica, del resto, è piena di nomi assurdi (dai Pink Floyd ai Rolling Stones) che abbiamo normalizzato con il tempo. E poi, se ti chiami Pinguini Tattici Nucleari ma scrivi canzoni che restano, il nome può diventare un accessorio simpatico. Se invece come si chiama quello è l’unica cosa che ci colpisce dopo tre minuti di esibizione, allora forse un problema c’è. Il dubbio resta: tra vent’anni, di questi artisti, ricorderemo una strofa che ci ha cambiato la vita o solo la perplessità di aver letto il loro nome su un sottopancia televisivo? Forse, alla fine, il vero «dito nella piaga» è proprio questo: aver scambiato il talento con l’indicizzazione. E un mazzo di fiori sul palco non basta come consolazione.
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