I rider sfruttati? «Solo i contratti possono tutelarli»

Per il giuslavorista dell'Università di Modena e Reggio Emilia Michele Tiraboschi la situazione strutturale in cui versano i ciclofattorini può essere sanata inquadrandoli, sia come dipendenti sia come autonomi
February 26, 2026
Un rider Deliveroo in attesa di chiamata a Napoli / Ansa
Un rider Deliveroo in attesa di chiamata a Napoli / Ansa
Uno sfruttamento sistematico dei rider, con «paghe da fame», inferiori di oltre il 90% rispetto a quanto previsto dai contratti firmati dai sindacati più rappresentativi e in ogni caso non in grado di garantire ai ciclofattorini la possibilità di guadagnare abbastanza da vivere in maniera dignitosa. è questo il quadro disegnato dagli inquirenti e che ha portato il pm della procura di Milano Paolo Storari a commissariare l'azienda di consegna cibo a domicilio Deliveroo. Un «nodo strutturale che può essere sciolto solo dalla contrattazione tra le parti sociali» spiega Michele Tiraboschi, giuslavorista dell’Università di Modena e Reggio Emilia e consigliere del Cnel.  
A Deliveroo viene contestato un sistema retributivo dei rider troppo basso e non conforme a quanto previsto dall’articolo 36 della Costituzione. Ma non è un nodo strutturale di tutto il settore delle consegne, di quel modello di business?
La violazione dell’articolo 36 della Costituzione, dagli elementi emersi dalle cronache e dalle ricerche sociologiche sul settore pare evidente. Se le ricostruzioni della Procura di Milano dovessero essere confermate, verrebbero messi in discussione alcuni elementi strutturali del modello di business delle piattaforme di consegna: l’ampia flessibilità organizzativa, il ricorso pervasivo agli algoritmi nella gestione della prestazione, la massimizzazione dell’efficienza e la forte compressione dei costi operativi, tutti elementi funzionali a ottenere, nel contesto di un mercato caratterizzato da margini ridotti, risparmi tagliando i costi del lavoro. Questo è un campo in cui deve entrare con maggiore decisione la contrattazione collettiva, ovviamente quella non pirata.
Le autorità stanno indagando anche su eventuali responsabilità delle catene di food e alimentari che si avvalgono delle consegne, come se fosse un appalto. Può esserci questa responsabilità, come è stata contestata ad esempio a grandi marchi della moda?
Se l’impostazione investigativa della Procura di Milano dovesse trovare conferma, sarebbe da verificare se la consegna è davvero un servizio del tutto esterno e neutro rispetto al core business dell’impresa oppure se è parte integrante della offerta commerciale. Nei casi di appalto di servizi il committente non è mai automaticamente estraneo alle condizioni di lavoro lungo la filiera. Esistono principi di responsabilità solidale previsti dalla legge Biagi e, più in generale, sta emergendo un dovere di vigilanza che negli ultimi anni è stato valorizzato anche in altri settori, come nel caso delle vicende che hanno coinvolto importanti marchi della moda. Il nodo, anche qui, è strutturale. Se la piattaforma rappresenta uno snodo essenziale del modello organizzativo del committente allora diventa difficile sostenere che l’esternalizzazione sia del tutto neutra, ma naturalmente ogni caso va valutato in concreto. Il punto, in ogni caso, non è colpire l’esternalizzazione in sé, bensì evitare che essa diventi uno strumento per scaricare i rischi e comprimere i diritti lungo la catena del valore.
Il giuslavorista Michele Tiraboschi
Il giuslavorista Michele Tiraboschi
Come si supera questa situazione: con un contratto nazionale che inquadri i ciclofattorini come dipendenti? O c’è la possibilità di tutelarli anche come autonomi?
Il punto di partenza è chiaro: non può essere la forma contrattuale a determinare il livello delle tutele. Nel contesto di un mondo del lavoro in trasformazione, che non è più governabile unicamente attraverso la categoria giuridica della subordinazione, la distinzione formale tra lavoro subordinato e autonomo non può tradursi in un vuoto di diritti. Teniamo anche presente che casi positivi come Just Eat si sono risolti con accordi aziendali in deroga rispetto al quadro delle tutele del Ccnl Trasporti e Logistica. Su questo piano si gioca una sfida decisiva anche per il movimento sindacale, che, in sede di contrattazione collettiva, potrebbe provare a regolare il crescente pluralismo del mondo del lavoro elaborando strategie che vadano oltre la sola tutela della subordinazione novecentesca e superando l’attuale dualismo tra garantiti e non garantiti, che non riguarda soltanto i rider ma attraversa l’intero mercato del lavoro.
Decisivo sarà il recepimento della direttiva Ue?
Sì, ma molto dipenderà da come il legislatore italiano sceglierà di attuarla: può essere l’occasione per fare chiarezza e rafforzare le tutele, oppure per limitarsi a un intervento minimale.
Una sperimentazione limitata di un salario minimo non potrebbe essere utile?
Resto convinto che il tema del salario debba restare saldamente in mano alla contrattazione collettiva, ma resto aperto a sperimentazioni, anche legislative, là dove i contratti collettivi nazionali di lavoro non arrivano. Oltre la tariffa oraria, occorre garantire però anche istituti come le ferie, le festività, la malattia, le mensilità aggiuntive, secondo modelli già sperimentati in agricoltura con gli operai agricoli.

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