Il divorzio tra violenza e diritto e un'opportunità per l'Europa

Quando collassano le egemonie sotto il tallone di ferro dell’arroganza e del militarismo, si apre lo spazio per una diversa “egemonia”: quella dell'Unione, non solo potenza normativa ma potenza connettiva, un attore politico capace di generare fiducia
February 26, 2026
Il divorzio tra violenza e diritto e un'opportunità per l'Europa
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In questa fase caotica della politica mondiale, è essenziale, per tentare di mantenere un minimo di lucidità, tornare ai fondamentali delle relazioni internazionali. Volendo ridurre la questione al nocciolo, lo snodo centrale è sempre stato costituito dal rapporto, come emerge anticamente già nella tragedia greca, tra violenza (Bía) e diritto (Nomos), tra la forza e le legge. La miscela più o meno equilibrata di questi due fattori ha caratterizzato anche l’epoca contemporanea, a partire dal 1945, con fasi alterne. Dal duopolio Stati Uniti-Unione Sovietica del confronto bipolare alla “potenza solitaria” americana dopo la fine della Guerra fredda, fino al multipolarismo scomposto del momento attuale. Cosa è accaduto? È venuta meno quella che gli studiosi definiscono “stabilità egemonica”, caratterizzata non tanto e non solo dal dominio materiale americano, ma dalla sua componente immateriale: l’egemonia.
Il concetto di egemonia, introdotto da Gramsci nell’analisi storico-politica, si basa su due punti essenziali: una spassionata constatazione dei rapporti di forza (economica e militare), su cui si innerva un diverso tipo di prevalenza, quella delle idee, dell’elaborazione simbolica delle fratture sociali che mira ad orientare intellettualmente, ancor prima che politicamente, l’azione sociale. L’egemonia americana ha poi trovato una formulazione più moderna e aggiornata nell’onnipresente e abusata formula del soft power, del potere soffice, che nella ideazione originaria di Joseph Nye andava inteso come capacità di influenzare anche senza dominare. Temo che oggi si tratti, al contrario, di dominare senza influenzare.
L’egemonia degli Stati Uniti era caratterizzata proprio dalla cornice normativa alla potenza, e cioè l’idea di una auto-limitazione, dell’accettazione di regole comuni, di spontanea adesione ad un disegno integrativo, di politiche che beneficassero se non tutti, almeno un gran numero di Stati e non uno solo di essi o pochi privilegiati. E quando Nye parlava di soft power intendeva potere-con qualcuno (power-with), in contrasto con il potere-su o contro qualcuno (power-over). In qualche modo, il mondo dell’internazionalismo liberale a guida americana, benché contestato e messo in discussione in molte parti del mondo, poggiava pur sempre su un base di consenso molto ampia a livello internazionale.
Il divorzio che si sta consumando ora non è perciò tanto tra Stati Uniti ed Europa, o tra Stati Uniti e resto del mondo, ma, assai più radicalmente, tra potenza e responsabilità, tra violenza e diritto, tra dominare e dirigere.  Il discorso coinvolge l’intero Occidente, Europa inclusa. Difficile poter influenzare positivamente con politiche di dazi doganali a tutto campo; con la riduzione dell’aiuto internazionale allo sviluppo; con l’esternalizzazione e, in qualche caso, la militarizzazione delle politiche migratorie; con il blocco della riforma delle organizzazioni finanziare internazionali; con la marcia indietro sul diritto umanitario, sui cambiamenti climatici, e si potrebbe continuare. Dov’è finito, ad esempio, il motto “leading by example”, cioè guidare con l’esempio, che era stato fatto proprio dall’Unione Europea?
Gli appelli sull’Europa più competitiva nel mondo e un’Europa più coesa al suo interno sono naturalmente necessari. Deve ciò comportare l’iscrizione dell’Unione Europea a una sorta di campionato mondiale delle superpotenze? E’ stato scritto che se l’Europa vuole sopravvivere, non basta cambiare gli strumenti di azione, ma bisogna cambiare gli ideali, perché i suoi ideali sono passati di moda nei rapporti internazionali. Dubito che sia una buona idea.
Al contrario, c’è ampio spazio per una diversa “egemonia” europea proprio quando collassano le egemonie sotto il tallone di ferro dell’arroganza e del militarismo. Un’Unione Europea non solo potenza normativa, ma potenza connettiva, un attore politico capace di generare fiducia, senza cadere nell’ingenuità. Un’Europa, forse, certamente kantiana ma assai più erasmiana, che si confronta cioè realisticamente con la guerra (che Erasmo da Rotterdam considera “un atto di brigantaggio collettivo”) ma mantenendo la lucidità strategica, concependo la forza come la risultante di un aggregato di fattori (anche sociali e culturali) e non solo, brutalmente, come un potenziale militare. L’Unione Europa può avere un grande futuro nel momento post-egemonico del mondo.

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