La riforma, il nodo delle preferenze e gli spazi di voto (a scelta ridotta)
Eliminare anche i collegi uninominali dalla già blindatissima legge elettorale in vigore, e dividere l’Italia unicamente in collegi plurinominali in cui gareggiano “listini bloccati”, cancellerebbe le ultimissime opzioni di scelta rimaste nelle mani dei cittadini

Eliminare anche i collegi uninominali dalla già blindatissima legge elettorale in vigore, e dividere l’Italia unicamente in collegi plurinominali in cui gareggiano “listini bloccati”, cancellerebbe le ultimissime opzioni di scelta rimaste nelle mani dei cittadini. Per ora si tratta di un testo di partenza, ma fa pensare – e preoccupa – il solo fatto che si sia arrivati a formularlo. Un necessario passo indietro. L’attuale sistema di voto, il “Rosatellum”, prevede che oltre il 60% dei seggi venga già assegnato attraverso collegi plurinominali – tra l’altro molto estesi – a “listino bloccato”: l’elettore, cioè, mette la croce su un partito prendendosi il pacchetto completo dei nomi decisi dalle segreterie romane. Il 37% circa dei seggi viene invece assegnato attraverso collegi uninominali “maggioritari”, in cui – dentro un territorio più circoscritto – si sfidano singoli esponenti delle coalizioni o dei partiti in campo: vince colui o colei che prende un voto in più. Il sistema, nel complesso, consente di “indovinare” in anticipo la composizione di Camera e Senato con margini di errore molto ridotti. I collegi uninominali sono l’unica variante in cui candidati ed elettori possono incidere, ritagliandosi uno spazio di rilevanza dentro a esiti in larga parte “già scritti”. Eliminarli è legittimo, sia chiaro. Ma c’è da pensarci due volte qualora si procedesse in tal senso senza premurarsi di recuperare, con altra formula, il diritto di scelta – già ridottissimo – dei cittadini. Se si cancella la parte uninominale-maggioritaria della legge, è lecito attendersi che nei collegi proporzionali si possa scegliere, con le preferenze, quali candidati mandare in Parlamento tra quelli proposti dai listini di partito. Se così non fosse, avremo ancor di più un Parlamento diretta emanazione dei leader di turno dei singoli partiti. E questa distorsione precede l’altra, di cui più si discute, ovvero la consegna di un ampissimo e probabilmente incostituzionale premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40% dei voti (con l’ipotesi di ballottaggio solo quando due fronti si ponessero entrambi tra il 35 e il 40%), rendendo la coalizione di governo autosufficiente anche in molte cruciali nomine di garanzia. Che poi, anche per quanto riguarda i “seggi-premio”, ça va sans dire, l’assegnazione avverrebbe attraverso altri listini bloccati di coalizione. Insomma, il filo rosso è davvero il rischio di ridurre al minimo la forza della matita che gli elettori impugnano in cabina elettorale. Come noto, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è favorevole alle preferenze. Ma nel testo di partenza depositato ieri dalla maggioranza non ve n’è traccia. La tentazione dei partiti di gestirsi tutto in casa è infatti molto forte. Ed è una tentazione trasversale. Una “convenienza collettiva”, magari camuffata da formule poco credibili come il “voto on line” o da promesse di “primarie” che però franano quando i rischi sopravanzano le certezze. E poi, lo si deve dire chiaramente, il voto per il Parlamento è la proposizione principale mentre i meccanismi di democrazia interna dei partiti – quando esistenti – sono una mera subordinata. Occhio poi ai trucchetti: se anche si deciderà di inserire le preferenze escludendo solo il capolista, si produrrà un qualche effetto solo sugli eletti dei partiti molto grandi, poiché quelli medi hanno circoscritte possibilità di eleggere più persone in uno stesso collegio, mentre i partiti piccoli lottano giusto per mandare a Roma qualche loro dirigente apicale. D’altra parte la tentazione iper-partitocratica è “comprensibile”: sono più di 20 anni, dall’entrata in vigore del famigerato “Porcellum”, che le segreterie si sono prese il privilegio di scegliersi a tavolino le pattuglie parlamentari. Arrivando ad abusare così tanto di questo potere da candidare meridionali a Trieste e milanesi a Palermo, in base alla previsione di voto nei singoli collegi. Non solo: non c’è niente più adatto della “pre-compilazione del Parlamento” per portare nelle Aule stretti congiunti e fedelissimi dei cerchi magici.
Ora addirittura si introducono ulteriori regressioni. Ma se davvero andasse in porto lo schema presentato ieri alle Camere, tra l’altro in piena crisi della partecipazione, sarebbe più che legittimo ipotizzare un indebolimento del quoziente democratico. L’intenzione poi di chiamare il nuovo sistema “Stabilicum” sa addirittura di beffa: stabili anzi infrangibili, più che i Governi, saranno i poteri esercitati dai vertici nazionali dei partiti. Sarebbe dunque il caso di togliere dal tavolo proposte che sembrano provocazioni al buon senso e anche alla pazienza dei cittadini. Tanto più che alle Camere è in fase avanzata un progetto di legge che va a toccare un altro dei pochi strumenti rimasti in mano agli elettori: la possibilità, nei Comuni sopra i 15mila abitanti, di scegliere al secondo turno, al ballottaggio, il candidato sindaco che si ritiene più adeguato al compito. La maggioranza vuole che sia scelto direttamente al primo turno il candidato sindaco che supera il 40% dei voti, blindando – ancora una volta – le indicazioni dei partiti. In questo modo le forze politiche si toglierebbero dalle spalle la responsabilità di indicare a sindaco, nelle grandi città, profili credibili, spostando le possibilità di vittoria sul mero dato quantitativo di liste e listini a supporto. A Roma, Milano, Napoli si andrebbe ad emulare, grossomodo, quel “modello” delle Regioni che lo scorso autunno ha fatto registrare i record storici di astensionismo e disaffezione. Ma ad ascoltare queste ricette, declamate con una certa leggerezza, sembra che la disaffezione democratica affligga innanzitutto chi la democrazia la abita da dentro. Nelle prossime settimane queste discussioni procederanno sottotraccia, e i leader di partito si affanneranno a pronunciare in pubblico una serie di frasi retoriche del tipo «la legge elettorale non mi appassiona», «i cittadini non mangiano con la legge elettorale». Sono proprio le frasi che dovrebbero far drizzare le antenne ai cittadini e alla società civile. La legge elettorale appassiona così tanto i capipartito che vi dedicano le migliori energie di ogni finale di legislatura. E poi cosa mangiano i cittadini dipende anche da quali strumenti hanno concretamente tra le mani per dare al Parlamento volti e nomi che li rappresentino davvero.
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