Il caso Glovo-Deliveroo: usare l'economia senza subirla
Il nuovo atto della vicenda rider sollecita una riflessione sul rapporto tra economia, lavoro, immigrazione. Il sistema produttivo è un fattore di apertura delle frontiere, tanto da piegare le resistenze della politica. Ma serve una regolazione sociale che imponga il rispetto di standard minimi di tutela e freni la concorrenza selvaggia

Il nuovo atto della vicenda rider, con il clamoroso commissariamento di Deliveroo, sollecita una riflessione sul rapporto tra economia, lavoro, immigrazione. I datori di lavoro sono i principali protagonisti dell’ingresso e dell’insediamento di immigrati stranieri nelle società sviluppate. Mentre gli sguardi si concentrano sugli sbarchi e i richiedenti asilo, molto più importante è l’attrazione esercitata dalla domanda di manodopera non soddisfatta dall’offerta di lavoro interna: in Italia, 2,5 milioni di occupati regolari, oltre il 10% del totale. Si concentrano nelle regioni del Centro-Nord, dimostrando la correlazione tra lavoro immigrato, dinamismo economico, benessere diffuso. Si può obiettare che pagando meglio il lavoro manuale si troverebbero più candidati, ma l’esperienza internazionale mostra che il ritorno dei lavoratori nazionali avverrebbe molto parzialmente. Anche Paesi dotati di robuste tutele per i colletti blu hanno dovuto accogliere milioni di lavoratori stranieri per far funzionare le loro imprese.
In Italia, dove il lavoro manuale è tuttora molto diffuso, una popolazione giovanile tutelata dalle famiglie d’origine e in possesso per oltre tre quarti di un diploma ha ripetutamente dimostrato di essere poco disponibile a lavorare nei cantieri edili, nelle campagne, nelle imprese di pulizia, nell’assistenza degli anziani, o appunto nella consegna di cibo a domicilio. Poiché queste attività non possono essere delocalizzate in Paesi lontani, o si decide di chiuderle, compromettendo anche l’occupazione degli italiani che le gestiscono o svolgono mansioni qualificate lungo la filiera, oppure occorre trovare qualcuno che sia disponibile ad accettarle.
L’economia, intesa in senso ampio, comprendendo le famiglie in quanto anch’esse datrici di lavoro, è dunque un fattore di apertura delle frontiere, tanto da piegare le resistenze della politica: se i lavoratori non possono entrare e lavorare regolarmente, si alimenta il lavoro nero, perché verranno assunti al di fuori del quadro legale. Non per niente in Italia sono state promulgate otto grandi sanatorie in 34 anni, senza contare le regolarizzazioni mediante i decreti-flussi. L’incontro tra datori di lavoro nazionali e lavoratori stranieri, spesso più qualificati dei lavori che trovano, si regge su un patto implicito: per un immigrato anche un lavoro modesto è un’opportunità per una vita migliore, e nelle sue speranze anche un primo passo di un percorso di mobilità ascendente. Ma l’economia, lasciata a sé stessa e sottoposta alle leggi della concorrenza, non trova remore a tradursi in sfruttamento. Non si regola da sola, non esita a trattare il lavoro come pura merce, e si avvita in una spirale discendente quando i competitori tagliano i costi comprimendo i diritti dei lavoratori. Quando vediamo sfrecciare i ciclofattorini, magari incuranti del codice della strada, dovremmo sempre ricordarci che sono asserviti a un algoritmo che ne misura le prestazioni, penalizzandoli se impiegano qualche minuto in più a perfezionare la consegna. E che dietro di loro, come sostengono i pm milanesi, si staglia una catena di convenienze, e di sfruttamento, che va ben oltre i gestori diretti dei rider.
Serve dunque una regolazione sociale che imponga il rispetto di standard minimi di tutela e freni la concorrenza selvaggia. Le sofisticate acrobazie legali dei gestori delle piattaforme, che tentano di configurare come lavoro autonomo le corse quotidiane dei rider, sollecitano a definire nuove forme di garanzia per questi proletari del nostro tempo. In Italia i sindacati raccolgono oltre un milione d’iscritti tra gli immigrati, inserendoli in un sistema di regolazione del lavoro basato sui contratti collettivi. Ma l’inchiesta milanese mostra che l’impianto delle tutele novecentesche fa acqua sul fronte dei nuovi lavori e delle posizioni atipiche, che coinvolgono soprattutto i lavoratori immigrati. Occorre dunque innovare, con riformismo pragmatico e un ampio dialogo sociale, senza immaginare illusorie chiusure delle frontiere.
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