«Italiani tutti più poveri in silenzio e il benessere non si diffonde»
L'economista del governo Draghi, autore del libro "Il prezzo nascosto": dal governo politiche inefficaci, contratti che non fanno recuperare l'inflazione e il sistema fiscale drenano risorse dai redditi fissi senza dichiararlo

Una contrattazione collettiva incapace di tenere il passo dell’inflazione e un sistema fiscale che, attraverso il fiscal drag - quel meccanismo automatico della pressione fiscale che si verifica quando l'inflazione fa crescere i redditi nominali, spingendo i contribuenti in scaglioni Irpef - ha drenato risorse dai redditi fissi senza dichiararlo. È qui che si cela “Il prezzo nascosto” il libro scritto dall’economista Marco Leonardi, già responsabile del Dipartimento per la programmazione economica a Palazzo Chigi durante il governo di Mario Draghi, insieme a Leonzio Rizzo, professore di Scienza delle finanze all'Università di Ferrara. Il libro, edito da Egea (pp.140, euro 16,90), è stato presentato a Roma con un ospite d’eccezione, l’ex premier Paolo Gentiloni.
Professor Leonardi, in questi anni l’occupazione dell’Italia è cresciuta più di Francia e Germania, eppure «siamo tutti più poveri». Come mai?Nonostante il nostro Paese sia cresciuto più degli altri dopo l’emergenza Covid, nonostante abbia oggi uno spread minore e una stabilità politica maggiore, siamo tutti più poveri perché il governo non ha tenuto conto del fatto che negli anni d’inflazione a rimetterci sono stati soprattutto i redditi fissi: pensionati e lavoratori dipendenti. Non ne ha tenuto conto perché il rinnovo dei contratti collettivi non sono stati sufficienti per compensare l’inflazione e perché il governo non è intervenuto sul fisco, come invece hanno fatto altri Paesi, sterilizzando il cosiddetto fiscal drag, dove finisci che paghi più tasse di prima non perché sei più ricco in termini di potere d'acquisto, ma solo perché c'è inflazione.
Servirebbe, scrivete, «un meccanismo automatico di recupero... L’Italia è uno dei pochi Paesi che non indicizza automaticamente gli scaglioni Irpef all’inflazione». Ma volete reintrodurre la scala mobile?
La sterilizzazione del fiscal drag non ha niente a che fare con la scala mobile, ma con il fisco e il fatto che molti paesi indicizzano gli scaglioni dell’Irpef con l’inflazione in modo da non farti pagare più tasse quando si passa a scaglioni più alti. Le tasse dovrebbero essere pagate sull’incremento di reddito reale, al netto dell’inflazione e non sull’incremento del reddito nominale come avviene in Italia.
«Se l’Italia è più povera, è perché ha accettato che il lavoro perdesse valore». Cosa volete dire?
Il governo ha sbagliato perché è noto che quando c’è inflazione devi proteggere i redditi fissi invece ha favorito esclusivamente le partite Iva, i forfettari e fatto il concordato biennale preventivo che è risultato, alla fine, un grande favore al lavoro autonomo. Ma non c’è stato nulla a difesa dei lavoratori dipendenti con un reddito fisso.
Appare evidente che anche la contrattazione collettiva non funzioni, ci sono contratti fermi e non rinnovati da anni. Come intervenire?
Distinguerei tre problemi. Il primo è che i lavoratori più poveri non sono affatto protetti dalla contrattazione collettiva, basta guardare al caso dei rider dove tocca alla giustizia penale stabilire se le aziende utilizzano contratti ragionevoli o non ragionevoli. Poi c’è il secondo problema, una proliferazione di sigle sindacali che firmano tutti i contratti di tipo nazionale, innescando così una rincorsa al ribasso; infine, il terzo punto riguarda il ritardo della contrattazione nel rinnovare i contratti, soprattutto nei servizi e nel pubblico impiego. Lei capisce che in questi anni, dal 2021 al 2023, in cui l’inflazione è aumentata del 20%, il ritardo si paga carissimo. Il risultato è che in molti settori non si è recuperato quanto eroso dall’inflazione e questo è un fatto che riguarda solo l’Italia.
E le manovre del governo a favore del ceto medio, come la riduzione delle aliquote Irpef, come le giudica?
Il governo ha fatto bene a ridurre le tasse, prima ai lavoratori con i redditi medio bassi e poi anche a quelli con un reddito medio alto, ma non ci si può dimenticare che è tutta una partita di giro. Questa riduzione non ha avuto alcun effetto netto perché in realtà con una mano il Fisco ha preso attraverso il fiscal drag, circa 25 miliardi di euro, e in seguito ha restituito l’ammontare con queste riduzioni fiscali, a qualcuno un po’ di più, a qualcuno un po’ di meno.
La soluzione potrebbe essere l’introduzione del salario minimo?
Non c’entra niente con il Fisco, il salario minimo sicuramente può servire per evitare i casi di sfruttamento del lavoro, basta guardare a quello che è successo recentemente con i rider. Quel che è certo è che l’Italia non può continuare a essere l’unico Paese in cui la crescita del Pil non si traduce in benessere diffuso. Bisogna spostare il baricentro della politica economica: dai conti ai redditi, dal debito al lavoro, dalla rendita alla produttività.
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