Gli ucraini ci ricordano ogni giorno cos'è la resistenza
Non vogliono perderla, questa guerra, e non vogliono che i compromessi necessari a raggiungere la pace, non tengano conto della loro libertà, della loro sicurezza, della loro indipendenza

È diffuso il sentimento che i popoli trattati male dalla Storia ‒ basta pensare ai palestinesi, agli afghani, ai curdi ‒ siano deboli, imbelli, vittime più che autori del loro destino. Oggi, a volte, lo si pensa degli ucraini. È una percezione forse comprensibile, ma errata. Da quella fatidica alba di quattro anni fa, quando la Russia decise di trasformare la guerra strisciante seguita alle occupazioni del 2014 in un’invasione su larga scala, e fino al recente termine del mio incarico di Alto Commissario Onu per i rifugiati, ho visitato l’Ucraina molte volte, spesso nel pieno di inverni rigidi e impietosi, privilegiando le zone a ridosso del fronte, le più devastate dagli attacchi russi. E sempre — sempre — ho avuto l’opportunità di incontrare ucraini coraggiosi, stremati ma non vinti, esausti ma determinati a resistere. Spesso, come accade in tutte le guerre, quei civili erano anziani: ma non per questo meno forti o dignitosi. Ricordo con affetto una visita a un centro sociale per anziani a Bilopillya, nel nordest del paese, a ridosso dell’oblast russo di Kursk — una delle zone più martoriate dalla guerra. Ci avevano preparato un banchetto con tutto quello che avevano potuto trovare. Dopo la discussione, nonostante il tuono cupo e sordo delle bombe vicine (o forse proprio per questo), uno di loro ha tirato fuori una fisarmonica e hanno cominciato a cantare vecchie canzoni ucraine d’amore, di avventure, di allegria. Hanno perfino intonato O bella ciao quando hanno saputo che ero italiano. Alla fine, commosso da tanta ospitalità, ho chiesto di cosa avessero più urgentemente bisogno: di tutto, hanno risposto, qui non c’è più niente; però, hanno aggiunto, vorremmo chiederle qualcosa di meno ovvio. Esitavano. Li ho incoraggiati. Mi hanno detto: «Una poltrona per fare i massaggi, siamo vecchi, ci farebbe piacere».
Una microscopica lezione, in qualche modo, di resistenza. E non me ne voglia chi pensa che a persone disperatamente bisognose si deve dare solo l’essenziale. Una giovane ucraina di Kharkiv mi disse una volta che quello che le mancava di più era di poter andare al mare la domenica. La guerra è così: non toglie solo le cose indispensabili, ma anche quelle che lo sono forse non alla sopravvivenza, ma di certo alla normalità della vita. Sono anche loro, quegli scampoli di normalità strappati all’angoscia quotidiana, che sorreggono i popoli trattati male dalla storia e che alimentano la loro forza. Certo, le privazioni di cui soffrono i civili ucraini sono immani, soprattutto nelle zone vicine alla lunga linea del fronte: bombe, missili e droni quotidiani; allarmi continui, di giorno e di notte; distruzioni di abitazioni e di edifici pubblici compresi gli ospedali; i bambini che vanno a scuola nelle stazioni della metropolitana per proteggerli da bombe e freddo; l’infrastruttura energetica devastata chirurgicamente in modo da tenere gli ucraini al gelo e al buio durante i lunghi mesi del rigidissimo inverno; milioni di persone fuggite dalle proprie case. Il colossale esodo dei rifugiati, nel 2022, ha portato nelle case di tutto il mondo le immagini di quella tragedia ‒ il suo impatto umano. L’esodo oggi continua, ma le modalità dell’invasione ‒ più lenta ma più feroce ‒ ne hanno cambiato la natura. Gli ucraini continuano a fuggire, ma restano perlopiù nel Paese, cercando rifugio in zone meno esposte, pronti a tornare appena possono per ricostruire, ricominciare. La loro sofferenza è diventata meno visibile agli occhi del mondo. Altre dimensioni della crisi, politiche e militari, ora prevalgono nella percezione all’estero. Ma la crisi umanitaria continua, i bisogni sono immensi, le autorità ‒ oberate dal fardello della guerra ‒ necessitano di un sostegno umanitario internazionale che purtroppo diventa sempre più difficile da mobilitare. Il lavoro eroico di organizzazioni della società civile come Proliska o Pravo na Zahist è vitale per soccorrere, riparare, proteggere, e sorreggere il fronte interno, importantissimo come in ogni lunga guerra: anche per loro gli aiuti internazionali sono indispensabili.
A proposito di esodo, è giusto ricordare che ricorre in questi giorni anche l’anniversario di decisioni importanti da parte dei Paesi europei: la politica di libera circolazione dei rifugiati ucraini nel continente e del loro accesso a scuola, salute e lavoro ha attutito molto l’impatto negativo sulle comunità d’accoglienza, e prevenuto forti contraccolpi negativi da parte dell’opinione pubblica. Si è detto che l’accoglienza agli ucraini contrasta con norme sempre più restrittive nei confronti di altre nazionalità ‒ vero, ma d’altro canto le pratiche adottate per gli ucraini dimostrano come l’accoglienza sia gestibile, anche quando i flussi sono numerosi. Le politiche più inclusive nei confronti di chi fugge sono più utili a prevenire le tensioni sociali. Nel 2022 milioni di ucraini sono fuggiti dal paese nel timore ‒ no, nel terrore ‒ che i russi l’avrebbero soggiogato in pochi giorni. Quattro anni dopo, quel tentativo è stato arginato, anche se non debellato, grazie alla resistenza militare, certo, ma anche a quella più intangibile ma altrettanto eroica di milioni di civili, come i vecchi di Bilopillya. Sarebbe senz’altro un tragico errore idealizzare questa guerra ‒ qualsiasi guerra. Ci diciamo spesso che siamo stanchi del conflitto ucraino. Chiunque abbia visitato il Paese sa che i più stanchi sono proprio gli ucraini. Ma molti di loro, la maggioranza, non vogliono perderla, questa guerra; non vogliono che i compromessi che saranno necessari, come sempre, a raggiungere la pace, non tengano conto della loro libertà, della loro sicurezza, della loro indipendenza. Per questo, perché la pace che un giorno verrà sia giusta, continuano a insegnarci una lezione di resistenza. Non lasciamoli soli.
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