Per Trump il 3 novembre potrebbe essere un giorno sfortunato
Il presidente a forza di inciampare (i dazi, il Pil che cresce poco... ) rischia di diventare un’anatra zoppa: si accumulano gli ostacoli lungo la strada delle elezioni di mid term

Sembra facile chiamarla “anatra zoppa”. Anche perché in realtà quell’appellativo di “Lame Duck” – a guadagnarselo per la prima volta fu il presidente Calvin Coolidge nel 1926 – viene da molto lontano, precisamente dalla Borsa di Londra, che già nel Settecento definiva “anatre zoppe” quei broker che non erano in grado di ricoprire le proprie perdite. A Washington invece si usa dire che un presidente diventa un’anatra zoppa quando perde il controllo del Congresso, lasciando al partito di opposizione la maggioranza dei deputati e senatori che sono quindi in grado di ostacolarlo in ogni atto di governo.
Donald Trump sta correndo il rischio più che concreto di assistere fra pochi mesi allo scontro permanente tra il suo esecutivo e Capitol Hill, ovvero una poderosa macchina di potere costantemente azzoppata dal voto si sbarramento dei congressmen e costretta a governare solo grazie agli executive orders. È accaduto anche a Joe Biden, a Obama, a Bill Clinton (l’unico peraltro che con il Congresso avverso ha fatto cose mirabolanti), accade di norma al secondo mandato di un presidente, quasi fosse la salutare profilassi per una democrazia liberale.
Per The Donald le cose sono un po’ diverse. E i rischi che corre, altrettanto. Dopo il doppio smacco della politica migratoria e l’altolà della Corte Suprema sui dazi, le elezioni di medio termine del 3 novembre rischiano di diventare il collettore di uno scontento nazionale in cui si mescolano fra luci e ombre il bilancio federale, la politiche energetiche, la denuncia degli accordi di Parigi, la riorganizzazione dell’Onu, la nuova dottrina militare, la ripresa dei test nucleari, un ventaglio di incognite che si intreccia con le guerre commerciali, i dazi, la crescita, la pressione fiscale, la lite con la Fed, la Nato, il G20, l’Ucraina, il Board of Peace, la Pax Trumpiana in Medio Oriente, i Brics, Putin, Xi Jinping, la Corea del Nord, gli appetiti neocoloniali su Groenlandia, Messico, Venezuela, Cuba, il traguardo quasi impossibile del Nobel per la Pace. Un super BigMac, che rischia di esplodergli in mano e di metterlo al tappeto con una raffica di richieste di impeachment e a seguire con una diffusa disaffezione dell’universo MAGA, che alla politica estera bada assai poco ma è attento invece al proprio portafoglio. Un portafoglio che attualmente sta premiando i ceti medio-alti ma sta mettendo a disagio la middle class insieme a quel sottoproletariato bianco che il vicepresidente Vance ha abilmente vellicato e illuso, agitando lo spettro di un’America matrigna messa in minoranza perfino nell’idioma materno, ora che i latinos sono diventati il gruppo linguistico più numeroso.
Il rischio per Trump è che l’universo MAGA si rivolti, come starebbero per fare non pochi membri repubblicani del Congresso. E non basta lavorare alacremente sul gerrymandering, la pratica equanimemente perseguita sia dem sia dai repubblicani di ridisegnare i collegi elettorali a proprio piacimento, in modo da favorire il proprio partito - pratica che nel 2016 permise a Trump di battere Hillary Clinton nonostante il voto popolare avesse ampiamente premiato la senatrice.
Veicolati da un negazionismo complottista intriso di pensiero magico, i corifei di Trump accusano il deep state e i giudici supremi traditori. Ma l’americano medio guarda a quel Pil la cui crescita a dicembre 2025 si è fermata all’1,4% mentre l’inflazione a gennaio 2026 rimane al 2,7%. In attesa di capire cosa avverrà per i dazi, il 3 novembre si avvicina. E proietta ombre lunghe su The Donald.
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