«Rientra in te stesso». Il tempo della Quaresima con Agostino
di Paola Muller
Abbiamo paura del silenzio. L'Ipponate non ci chiede di amare il vuoto ma di attraversarlo perché diventi spazio di verità. Per scoprire non solo lo ciò che ci manca ma anche ciò che cerchiamo davvero quando proviamo a colmarlo

Un’inquietudine attraversa il nostro tempo: la paura del silenzio. Lo riempiamo appena si affaccia: podcast durante la corsa, playlist mentre cuciniamo, scroll continuo nei tempi morti. La nostra epoca soffre di horror vacui, terrore del vuoto. Restare soli con noi stessi ci inquieta, nemmeno il tempo di un viaggio in metro senza auricolari. Eppure, la liturgia di questa prima domenica di Quaresima ci conduce là dove il vuoto ci fa paura: nel deserto, dove Gesù affronta le tentazioni. Un deserto che la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto come necessario. È lo spazio in cui affiora ciò che abita il cuore.
Nelle Confessioni Agostino racconta il suo lungo vagabondaggio esteriore – inseguendo il successo, i piaceri, i riconoscimenti – finché non comprende che il vero viaggio è altrove: «Noli foras ire, in te ipsum redi» (La vera religione, 39.72): non andare fuori, rientra in te stesso. È nell’interiorità che abita la verità. Quel “rientrare” richiede di fare deserto attorno a sé per scoprire cosa davvero ci abita dentro. L’uomo contemporaneo fatica con questo movimento. Viviamo proiettati all’esterno: misurare, comparare, apparire. I social media hanno reso l’esteriorità una seconda natura. Esistiamo attraverso lo sguardo degli altri, validati dai like, ansiosi di aggiornare il profilo. Agostino chiamerebbe tutto questo regio dissimilitudinis (Confessioni, 7, 10.16), la regione della dissomiglianza: il luogo in cui ci siamo allontanati da noi stessi, in cui non ci riconosciamo più. Benedetto XVI parlava di «desertificazione spirituale», a proposito di quel «vuoto che si è diffuso». Riempire ogni silenzio diventa una strategia di difesa.
Il deserto quaresimale, invece, è una pedagogia del silenzio abitato. Non chiede di amare il vuoto ma di attraversarlo perché diventi spazio di verità. Nel deserto scopriamo non solo ciò che ci manca ma anche ciò che cerchiamo davvero quando proviamo a colmare i vuoti. Ma perché abbiamo così paura del deserto interiore? Perché intuiamo che è il luogo delle tentazioni. Il deserto non crea le tentazioni: le rivela. Ecco perché lo evitiamo. Nel rumore costante non dobbiamo affrontare ciò che portiamo dentro. Finché c’è rumore possiamo fingere che tutto vada bene. Il silenzio del deserto è spietato: ci mette di fronte a noi stessi, senza filtri. Agostino descrive con lucidità questo meccanismo. Prima della conversione – racconta – viveva «disperso nelle cose esteriori», incapace di raccogliersi. La sua vita era un continuo inseguire, fuori di sé, ciò che aveva perduto dentro di sé. Solo quando accetta di fermarsi, di fare deserto può sentire quella voce interiore che lo chiama da sempre: «Eri dentro di me e io ero fuori» (Confessioni 10, 27.38). La conversione agostiniana è un riconoscimento interiore. È smettere di fuggire.
Il deserto quaresimale ci aiuta a questo: sottrarci alla dispersione. Non per annullarci, ma per ritrovarci. Contrariamente a quanto pensiamo, il deserto non è uno spazio vuoto. È uno spazio pieno – pieno di verità. Là scopriamo cosa davvero desideriamo, cosa davvero temiamo, chi davvero siamo. «L’uomo non conosce sé stesso a meno che non impari a conoscersi nella tentazione» scrive Agostino (Discorso 2.3). Le tentazioni di Gesù nel deserto ce lo mostrano. La prima – trasformare le pietre in pane – è la tentazione del bisogno immediato, della riduzione dell’esistenza a sopravvivenza. Quante volte riempiamo il silenzio perché non sopportiamo l’inquietudine, preferendo qualsiasi distrazione al confronto con la fame vera? La seconda – gettarsi dal tempio – è la tentazione dello spettacolo, del gesto eclatante che ci dispensa dalla fatica quotidiana della fedeltà. Non è forse la logica dei social, dove l’apparire conta più dell’essere? La terza – adorare il potere – è la tentazione del dominio, della soluzione violenta che promette risultati immediati. È la tentazione di chi non sopporta i lunghi tempi della trasformazione interiore.
Gesù risponde a tutte e tre le tentazioni non con argomenti filosofici ma con la Parola: riporta ogni tentazione alla Verità che lo abita. «Non credi che la parola di Dio sia pane?» (Commento al Salmo 90, 2.6), chiede Agostino. Può farlo perché nel deserto ha imparato a riconoscere quella voce. Cristo non evita la prova, la attraversa. E attraversandola in lui, impariamo che in lui siamo vincitori. Come scrive Agostino: «Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore» (Commento al Salmo 60.3). Che cosa significa? Che Cristo, assumendo la nostra carne, assume anche la nostra tentazione. Si lascia tentare non perché ne abbia bisogno ma per insegnarci a vincere. La sua vittoria diventa la nostra vittoria possibile.
La Quaresima ci offre quaranta giorni di deserto. Non necessariamente fisico, ma interiore. Piccoli deserti quotidiani. Spazi vuoti in apparenza che, in realtà, si riempiono di presenza. Una Presenza che non impone, ma attende. Questo è il frutto del deserto: discernere. Distinguere tra la voce che chiama fuori e la Voce che chiama dentro. Tra il desiderio autentico e il surrogato. Tra ciò che ci costituisce e ciò che ci disperde. Agostino lo dice con parole che attraversano i secoli: «Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me e io ero fuori» (Confessioni 10, 27.38).
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