Dazi, corsa a 175 miliardi di rimborsi.
Ma è un rompicapo

Già oltre 1.800 i ricorsi: coinvolti big come Goodyear, le catene commerciali Costco, il gruppo dell’alluminio Alcoa e EssilorLuxottica. La procedura è complessa: molti piccoli hanno preferito cedere il diritto a fondi specializzati
February 20, 2026
Dazi, corsa a 175 miliardi di rimborsi.
Ma è un rompicapo
/ ANSA
Una vittoria attesa, inseguita nei tribunali per mesi, che ora apre un capitolo ancora più complesso: quello dei rimborsi. Con la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di dichiarare illegittimi i dazi imposti da Donald Trump ricorrendo all’International Emergency Economic Powers Act del 1977, migliaia di imprese possono chiedere la restituzione di somme che, secondo le stime del Penn Wharton Budget Model, superano i 175 miliardi di dollari. Non a caso ieri il mercato ha reagito subito. A Wall Street e nelle principali piazze europee i titoli più esposti al commercio globale sono saliti, dalle maison del lusso come Lvmh e Hermès fino all’italiana Moncler. Il rimbalzo fotografa un sollievo immediato, soprattutto per gruppi con catene di fornitura diffuse tra Asia e Nord America. Ma tra la sentenza e l’incasso degli assegni c’è di mezzo una procedura lunga, tecnica, potenzialmente accidentata.
Il contenzioso è già imponente. Dall’aprile scorso oltre 1.800 cause legate ai dazi sono state depositate presso la Corte Usa per il commercio internazionale, il tribunale federale competente in materia doganale, contro meno di due decine nell’intero 2024. Tra i ricorrenti figurano sussidiarie del gruppo Toyota, il gigante retail Costco, il produttore di pneumatici Goodyear Tire & Rubber, il gruppo dell’alluminio Alcoa, la giapponese Kawasaki Motors e il colosso dell’occhialeria EssilorLuxottica. Accanto ai grandi nomi dell’industria si muovono anche aziende dei beni di consumo: la multinazionale agricola Dole Fresh Fruit Company, il produttore ittico Bumble Bee Foods e la cosmetica Revlon.
La platea è in realtà ancora più ampia. Aziende dell’abbigliamento come J.Crew, produttori di macchinari industriali come Yamazaki Mazak, fornitori della componentistica auto come BorgWarner e società tecnologiche come GoPro hanno avviato azioni “protettive” per preservare i diritti ai rimborsi. Il dato racconta quanto i dazi abbiano inciso non su un settore specifico ma sull’intero sistema delle importazioni statunitensi, dai prodotti agricoli ai beni durevoli fino all’elettronica di consumo. La posta in gioco è enorme. A novembre l’aliquota effettiva dei dazi statunitensi aveva raggiunto l’11,7%, contro una media del 2,7% nel biennio 2022-2024 secondo lo Yale Budget Lab. La Federal Reserve di New York ha stimato che il 90% del costo dei dazi è stato sostenuto da imprese e consumatori americani, erodendo margini industriali e comprimendo la domanda finale.
Come si recuperano i soldi? Il meccanismo doganale statunitense prevede che l’importatore versi una tariffa stimata al momento dell’ingresso della merce, previa cauzione presso la Customs and Border Protection. La determinazione definitiva avviene con la cosiddetta liquidazione, in genere 314 giorni dopo l’importazione. Se viene meno la base giuridica della tariffa, il tribunale può riaprire le liquidazioni e ordinare rimborsi con interessi. Ma non esiste un automatismo: ogni importatore potrebbe dover promuovere un’azione entro due anni per non perdere il diritto. Il giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh ha avvertito che la distribuzione dei rimborsi rischia di diventare «un caos». Non a caso molte imprese avevano già presentato ricorsi preventivi per mettere al riparo le proprie pretese, come ha fatto Costco.
La complessità amministrativa pesa soprattutto sulle aziende più piccole. Servono documenti di importazione dettagliati, fatture, codici doganali, prove dei pagamenti effettuati su regimi tariffari diversi nel tempo. Studi legali e consulenti commerciali prevedono che la ricostruzione dei dati possa richiedere mesi anche a gruppi multinazionali. Alcune imprese hanno scelto una strada alternativa: cedere i diritti al rimborso a fondi specializzati, incassando subito tra 25 e 30 centesimi per ogni dollaro potenzialmente recuperabile. Kids2, società di giocattoli, ha dichiarato di aver ottenuto 23 centesimi per dollaro sui dazi reciproci e appena 9 centesimi su quelli legati al contrasto al fentanyl.
Sul piano economico la partita ora si sposta nei bilanci. I rimborsi, se e quando arriveranno, potranno trasformarsi in componenti straordinarie positive, rafforzare la liquidità e ridurre l’indebitamento. Tuttavia le imprese hanno già riorganizzato forniture, spostato produzioni e accumulato scorte più costose. Questo significa capitale circolante più elevato e margini ancora compressi per diversi trimestri. Resta inoltre l’incertezza sui tempi. La gestione operativa sarà affidata alla Corte Usa per il commercio internazionale e alle autorità doganali, con verifiche sulle posizioni degli importatori e sulla figura dell’“importer of record”, cioè il soggetto formalmente responsabile del pagamento dei diritti doganali. Anche quando i rimborsi verranno autorizzati, potranno nascere contenziosi contrattuali tra importatori, distributori e produttori su chi abbia effettivamente diritto al denaro.
Il risultato è un paradosso economico: una sentenza che libera sulla carta oltre 175 miliardi di dollari di potenziali rimborsi, ma che nel breve periodo non immette quasi liquidità nell’economia reale. Per le aziende è un credito incerto, contabilmente rilevante ma finanziariamente lontano. E difficilmente, almeno nell’immediato, questo processo si tradurrà in prezzi più bassi per i consumatori.

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