Due amici cattolici che non si fanno dividere dal "sì" o dal "no" sulla Giustizia
Il giurista Stefano Ceccanti e il fisico Giovanni Bachelet hanno storie simili, amicizie in comune, eppure la pensano all’opposto sul referendum costituzionale del 22-23 marzo
Hanno storie per molti versi simili, cattolici impegnati, mille amicizie in comune, eppure la pensano all’opposto sul referendum costituzionale del 22-23 marzo: Stefano Ceccanti per il sì, Giovanni Bachelet per il no. Entrambi docenti universitari, alla “Sapienza” di Roma; Ceccanti insegna diritto pubblico comparato, Bachelet fisica della materia. Entrambi cresciuti nell’associazionismo cattolico. Ceccanti, 65 anni, pisano, già presidente della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), ha militato nella Lega Democratica di Pietro Scoppola e Achille Ardigò. Ambienti prossimi anche a Bachelet, 70 anni, romano, già capo scout, ha militato nella Rosa Bianca di Paolo Giuntella insieme a David Sassoli e con Beppe Tognon ha fondato i Comitati Prodi di Roma nel 1995: molti lo ricorderanno per la preghiera recitata ai funerali di Vittorio Bachelet (che fu vicepresidente del Csm) in cui offriva il perdono agli assassini di suo padre.
Oltre alla fede cattolica e alla carriera accademica il giurista Ceccanti e il fisico Bachelet hanno in comune anche una simpatia politica per l’area di centro-sinistra, in passato sono stati entrambi parlamentari eletti nel Pd. Eppure sono su fronti opposti, adesso, nella furente battaglia sulla riforma costituzionale. Ceccanti segue le orme del suo maestro Augusto Barbera, costituzionalista autorevole, presidente emerito della Corte costituzionale, schierato per il sì alla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni: è convinto che sia necessario, per assicurare ai cittadini una giustizia più equa, «rafforzare la terzietà del giudice» rispetto ai pubblici ministeri. Bachelet, seguendo altri costituzionalisti (fra i quali tre presidenti emeriti della Corte: De Siervo, Silvestri e Zagrebelsky), è contro le carriere separate: per lui le funzioni sono già separate dalla legge Cartabia e il cuore della riforma, animata da «un inaccettabile disprezzo per la magistratura», è invece «la demolizione del Csm». Per questo ha accettato di guidare il Comitato per il no.
Opinioni opposte, rispettabili entrambe. Ma il fatto più sorprendente è un altro. In una campagna referendaria che poco si premura di informare seriamente il cittadino e in cui i toni livorosi hanno sostituito un confronto civile, Stefano e Giovanni sono rimasti incredibilmente amici. «Per fortuna - commenta con un filo di ironia Stefano su Facebook – non ci siamo rimbambiti a causa del clima di eccessiva partigianeria». Mentre Giovanni confida ad Antonella Palermo, nel blog Tracieloeterra di essere intervenuto in una scuola «con il mio carissimo amico Stefano Ceccanti, anche lui cristiano, anche lui progressista, anche lui una bravissima persona, che però vota Sì». Mentre altri (dalla procura di Napoli o dal ministero in via Arenula a Roma) lanciano agli avversari accuse di mafiosità o para mafiosità, loro resistono, tenaci, in un dialogo schietto, appassionato ma pacato e gentile. Tutto e solo sui contenuti. Ribadisce Stefano: «Nessuno pensi di coinvolgerci in una campagna di insulti e delegittimazione reciproca. La nostra è una campagna di passione civile sul merito, nel rispetto reciproco». Un esempio raro, in questi tempi incattiviti, che consola e infonde fiducia. Così, nessuna meraviglia se in occasione del centenario della nascita di Vittorio Bachelet, il 20 febbraio, il figlio Giovanni abbia chiesto proprio a Stefano di tenere una delle relazioni del convegno commemorativo alla “Sapienza” di Roma, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella.
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