Dove vanno a finire le preghiere delle madri?

C’è qualcosa di peggio della morte: è guardare l’agonia di un figlio bambino. La giovane mamma di Napoli ha il viso come gonfio di pugni, dopo due mesi di battaglia in ospedale, con il figlio cui è stato trapiantato un cuore "bruciato"
February 20, 2026
Dove vanno a finire le preghiere delle madri?
Patrizia Mercolino, madre del bimbo di due anni a cui è stato trapiantato un cuore danneggiato a Napoli, durante la fiaccolata per il figlio a Nola, il 19 febbraio 2026/ ANSA
C’è qualcosa di peggio della morte: è guardare l’agonia di un figlio bambino. L’alternarsi di speranza e disperazione, il vederlo deperire, poi chiudere gli occhi, perdere conoscenza, allontanarsi ‒ respirando però, ancora. Le preghiere straziate nelle notti insonni, la domanda di un miracolo: ma pare che Dio non senta. Dove vanno le preghiere delle madri, apparentemente inascoltate? La giovane mamma di Napoli ha il viso come gonfio di pugni, dopo due mesi di battaglia in ospedale. La lunga attesa di un trapianto e la spietata delusione: quel cuore era stato malamente «bruciato». Per quasi due mesi il bambino dentro una macchina che garantisce la circolazione del sangue, ma sfianca gli organi. Tuttavia quella donna sperava oltre ogni speranza, domandava, combatteva. Che almeno Domenico fosse il primo, nella lista dei trapianti. Poi da tutta l’Italia sono convenuti a Napoli i luminari della cardiochirurgia infantile. Un lungo consulto, le Tac, gli esami. Con pena hanno emesso il verdetto. Alla unanimità: no. Il bambino ha una emorragia cerebrale, non può sostenere l’intervento.
E la madre ha dovuto accettare la realtà. Finito, l’oscillare fra speranza e disperazione al capezzale di un figlio bambino. Una sofferenza da crepacuore. Peggio che il taglio netto della morte. La morte annienta ma non è quel tormento: «forse vive, forse muore», che stringe e allarga e stringe di nuovo, come in una mano crudele, il petto una madre, o di un padre. «Devo essere forte, perché ho altri due bambini», ha detto infine la signora Patrizia, arrendendosi al parere dei medici. Deve essere davvero molto forte, povera donna. Ma ha promesso: stringerò fra le mie braccia Domenico, finché sarà vivo. Come ogni madre farebbe, d’istinto: almeno non abbandonarlo, quel figlio.
Viene da pensare a Maria che assisteva alla salita sul Golgota, che vedeva il figlio ferito e piagato sotto il peso della Croce. Lenta agonia anche quella, fra gli insulti volgari della folla. E in mezzo agli altri, come una qualunque, Maria. «Pianse come nessuna donna ha mai pianto», ha scritto il poeta Charles Péguy. Ma ogni madre che legge la tragedia di Napoli può immaginare l’orizzonte in cui si muove la mamma di Domenico. C’è una foto, sul web, di un abbraccio fra i due, lui stretto come un bambolotto fra le braccia di lei. Cercava di tenerselo vicino, di strapparlo a quella assurda crudele rapitrice. Ogni madre e ogni padre che legge di Domenico si ferma un attimo, all’eco di un dolore che spera di non provare mai, ma può con sgomento immaginare. Morirà, no, forse vivrà, c’è una speranza, no, è svanita anche quella. E lui, piccolissimo, sempre più esile, in quella grande macchina che lo tiene in vita. Poterlo stringere a sé almeno, fino all’ultimo. Fino a che il respiro si spenga, e Domenico sia in pace. In un Oltre felice: dove, subito, ogni bambino viene stretto in uno straordinario abbraccio.

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