Il cacao crolla ma il cioccolato resta caro: la crisi nascosta dei contadini africani

Le quotazioni sono diminuite in un anno del 70%, ma costi industriali e strategie aziendali tengono alti i listini dei dolciumi. In Ghana e Costa d’Avorio sacchi invenduti e redditi bloccati mettono in difficoltà migliaia di piccoli produttori
February 18, 2026
Il cacao crolla ma il cioccolato resta caro: la crisi nascosta dei contadini africani
Piccoli produttori di cacao in Costa d’Avorio: molte le tonnellate di prodotto che restano invendute/ Reuters
Il prezzo del cacao scende, quello del cioccolato resta ostinatamente alto. A prima vista un paradosso, in realtà il ritratto preciso di una filiera globale lunghissima, dove il tempo degli affari non coincide mai con quello dei consumatori. Le quotazioni internazionali del cacao sono crollate progressivamente fino ai 3.200 dollari la tonnellata registrati ieri, il 70% in meno rispetto al picco di un anno fa, quando siccità e malattie delle piante in Africa occidentale avevano prosciugato i raccolti e infiammato le borse merci. Una stagione migliore nei due principali Paesi produttori, Costa d’Avorio e Ghana, e l’aumento della produzione anche in altri Stati, come l’Ecuador, hanno incrementato l’offerta sui mercati. Ma entrando in un supermercato i consumatori difficilmente avvertiranno alcun sollievo: le uova pasquali, già esposte sugli scaffali, non costeranno di meno.
Sacchi di cacao invenduti in Costa d'Avorio/Reuters
Sacchi di cacao invenduti in Costa d'Avorio/Reuters
Negli Stati Uniti, solo tra inizio anno e la prima settimana di febbraio, il prezzo al dettaglio del cioccolato è salito del 14% su base annua, dopo un +7,8% di aumento nel 2025. In Europa l’incremento è stato più severo: in Germania si è toccato il +18,9%. Spiegano gli analisti che i grandi gruppi lavorano su contratti pluriennali e trasformano oggi cacao acquistato mesi fa, quando la materia prima costava molto di più. È lo stesso fenomeno osservabile nei carburanti: il costo della materia prima cala subito, quello finale segue, quando accade, con lentezza.
Ma non c’è solo questo: i rincari dell’ultimo triennio hanno lasciato conseguenze importanti sul mercato. I consumatori hanno comprato meno prodotti, e le aziende hanno reagito riducendo la quantità di cacao nelle ricette o spingendo su caramelle e snack alternativi. Nel 2025 il fatturato globale del cioccolato è cresciuto, ma il numero di pezzi venduti è diminuito dell’1,3%. La domanda si è insomma raffreddata, contribuendo alla caduta dei prezzi internazionali. Le multinazionali si muovono con cautela. Mondelez, proprietaria di marchi come Cadbury, Toblerone e Oreo, ha aumentato i listini globali dell’8% nel 2025 per compensare i costi delle fave di cacao. In Europa l’incremento è stato più forte e le vendite sono diminuite. Il presidente e amministratore delegato Dirk Van de Put ha ammesso: «Abbiamo imparato che alcune soglie di prezzo sono cruciali, e abbiamo già corretto per riportare i prodotti al livello giusto». In Nordamerica però non sono previsti tagli immediati dei prezzi. Anche The Hershey, tra i principali produttori nordamericani, continua a muoversi su contratti a lungo termine, con il cacao acquistato ai prezzi record dell’anno scorso.
Produzione di cacao in Costa d'Avorio/Reuters
Produzione di cacao in Costa d'Avorio/Reuters
C’è anche un fattore psicologico-speculativo. Quando il consumatore si abitua a un prezzo più alto, l’industria non ha fretta di ridurlo. Alcuni clienti scelgono prodotti più economici, altri fanno il contrario: se la barretta standard si avvicina al costo di un prodotto premium, vale la pena spendere un poco di più. Così crescono insieme sia i marchi discount sia quelli di fascia alta, mentre la fascia media soffre. Il ribasso del prezzo della materia prima, inoltre, si disperde lungo la catena: energia, trasporti, marketing stagionale e packaging pesano ormai quanto il cacao. Le uova di Pasqua sono l’esempio perfetto: oggetti voluminosi, fragili, ricchi di imballaggi e licenze commerciali. Il prezzo finale dipende molto più dalla distribuzione che dal cacao stesso.
Tra i piccoli agricoltori africani, che garantiscono quasi la totalità della produzione, la discesa delle quotazioni del cacao ha aperto una crisi drammatica. In Ghana, secondo produttore mondiale, migliaia di contadini aspettano ancora di essere pagati. Joseph Bermah Dautey, 65 anni, ha consegnato sei sacchi di fave di cacao mesi fa e non ha ricevuto nulla. «Da circa tre settimane mangio una volta al giorno, la situazione è molto difficile», racconta. Quasi impossibile, così, sostenere i costi della piantagione. Nei porti ghanesi si sono accumulate circa 50mila tonnellate di cacao invenduto. Il prezzo minimo fissato dall’autorità nazionale ghanese supera infatti quello internazionale e i trader evitano di comprare, lasciando senza liquidità le comunità rurali. La Ghana Cooperative Cocoa Farmers and Marketing Association, che rappresenta centinaia di migliaia di coltivatori, chiede prima di tutto i pagamenti arretrati. Il vicepresidente Theophilus Tamakloe è netto: «Quello che è già stato acquistato e non pagato deve essere saldato immediatamente». Solo dopo, dice, si potrà discutere di adeguare il prezzo locale al mercato mondiale. In Costa d’Avorio la situazione è simile. Il governo ha avviato un programma pubblico per acquistare 100mila tonnellate di cacao e scongiurare tensioni sociali. Le fave di cacao, nei climi tropicali, possono essere conservate solo pochi mesi: quando restano nei magazzini perdono valore e le conseguenze ricadono sulle famiglie che le hanno prodotte.
Se per l’industria occidentale il calo del prezzo del cacao è un sollievo contabile che forse però solo in parte e gradualmente si tradurrà nel lungo periodo in una discesa dei prezzi per i consumatori, per i coltivatori africani, invece, la caduta delle quotazioni significa redditi incerti, debiti e talvolta fame. Il cioccolato rimane un lusso tutto sommato accessibile nelle città europee, ma la sua filiera continua a poggiare su un equilibrio fragile. Tra la piantagione e la tavoletta si apre un abisso fatto di futures, contratti, logistica globale e potere di mercato. Ma ogni oscillazione delle quotazioni rischia di diventare, per chi il cacao lo raccoglie, un pasto in meno e una stagione perduta.

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