"Ci serve un Piano Marshall per le pmi"

Cristian Camisa, presidente di Confapi: "Una piccola quota delle nuove emissioni e del risparmio disponibile potrebbe essere indirizzata verso investimenti reali nelle Pmi"
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May 19, 2026
"Ci serve un Piano Marshall per le pmi"
Cristian Camisa, presidente di Confapi
Le piccole e medie imprese italiane sono abituate ad adattarsi, soprattutto nei momenti di crisi. Stavolta però la situazione è particolarmente complicata, tra l’incertezza geopolitica, l’impennata dei costi per l’energia, l’esaurirsi della spinta del Pnrr. Per questo gli imprenditori hanno bisogno di sostegno, spiega Cristian Camisa, presidente di Confapi, che associa oltre 116mila pmi con 1,2 milioni di addetti complessivi e 81 sedi su tutto il territorio nazionale.
Che cosa rende così problematica la fase economica che stanno vivendo le piccole imprese?
Oggi pesa soprattutto l’incertezza. Quando le carte in tavola cambiano ogni giorno, programmare diventa difficile. Voglio ricordare che le Pmi industriali contribuiscono per il 63% al valore aggiunto e per il 76% all’occupazione nazionale: sono la vera forza trainante del Paese. Da una nostra indagine congiunturale emerge che un imprenditore su due ha bloccato gli investimenti e quattro su dieci hanno fermato le assunzioni. A questo si aggiungono Pil previsto intorno allo 0,5%, inflazione stimata al 2,9% e marginalità attese in calo tra il 2 e il 5%. Nel migliore dei casi il 2026 sarà un anno di tenuta. Finita la spinta del Pnrr, oggi manca una misura efficace per accompagnare la crescita delle imprese.
Il piano choc di Electrolux, il crollo produttivo dell’auto… Che effetti hanno sulle pmi le crisi dei grandi settori industriali del nostro Paese?
Per l’indotto gli effetti possono essere devastanti. Quando entra in crisi un grande settore industriale, le aziende dell’indotto di primo livello internalizzano attività prima esternalizzate. Le Pmi, spesso nel secondo livello della filiera, rischiano così di trovarsi senza commesse. Abbiamo visto aziende sane, con trenta o quarant’anni di storia, costrette alla liquidazione perché da un giorno all’altro hanno perso il lavoro. Questo vale soprattutto per le imprese rimaste, con poca lungimiranza, monocliente. Nel caso dell’automotive non abbiamo soltanto messo in difficoltà un settore: abbiamo indebolito competenze e know-how decisivi. Se non si interviene rapidamente, il rischio è perdere capacità industriale.
È da poco operativo il “Fondo nazionale strategico indiretto”, strumento governativo per investire sulla crescita delle pmi. Può funzionare?"
Va nella direzione giusta, perché finalmente si ragiona su uno strumento strutturato per le imprese. Però bisogna evitare che la misura, che ha risorse per circa 900 milioni di euro, si perda nei passaggi amministrativi e burocratici: spesso strumenti condivisibili sulla carta diventano poco efficaci perché tempi e procedure scoraggiano gli investimenti. C’è poi un tema di dimensione. Se vogliamo produrre un vero effetto leva, lo strumento deve avere una capienza adeguata. L’Italia ha molto risparmio privato, ma imprese sottocapitalizzate. Una piccola quota delle nuove emissioni e del risparmio disponibile potrebbe essere indirizzata verso investimenti reali nelle Pmi. Servirebbe altro. Noi abbiamo in mente una sorta di “Piano Marshall” per le pmi.
Come dovrebbe funzionare questo “Piano Marshall”?
La proposta a cui stiamo lavorando con un gruppo di economisti parte dalla necessità di convogliare sulla crescita economica parte del risparmio italiano, che finisce in gran parte nei Btp. Possiamo passare dalla creazione di un fondo dedicato, con una dotazione che deve essere sostenibile: l’idea è mobilitare in tre-cinque anni 5-7 miliardi di euro, con un effetto leva uno a uno, quindi con finanza aggiuntiva di altri investitori, si potrebbe arrivare a 12-14 miliardi da qui al 2030. Per attrarre investitori privati pensiamo a una detraibilità Irpef del 30% e alla detassazione delle plusvalenze sui cinque anni. Serve un piano straordinario, europeo e nazionale, per permettere alle Pmi di agganciare innovazione e digitalizzazione. Oggi oltre il 60% delle grandi aziende sta digitalizzando o si avvicina all’intelligenza artificiale, mentre tra le pmi siamo intorno al 9%. Senza strumenti adeguati, rischiamo di portarle fuori mercato. Occorre considerare che in futuro mancheranno milioni di lavoratori e senza digitalizzazione le imprese non riusciranno a reggere. Dall’altro le pmi scontano già un gap di produttività.
Le risposte a questa crisi non dovrebbero venire dall’Europa?
A livello europeo, se davvero si vuole riportare il peso della manifattura dal 16% al 20%, servono strumenti straordinari. Ma l’Europa decide troppo lentamente, mentre Stati Uniti e Cina aggiornano continuamente la propria politica industriale. A livello italiano, il Piano Marshall "domestico" dovrebbe mobilitare risorse private, rafforzare la capitalizzazione delle imprese, sostenere investimenti veri in innovazione e lavorare sulle filiere. Non basta dire che le aziende italiane sono troppo piccole e devono accorparsi: bisogna permettere loro di crescere attraverso la filiera, mantenendo la flessibilità tipica delle pmi che è sempre stata una forza nei momenti di crisi.
L’altra emergenza è la fuga dei migliori giovani, che vanno all’estero in cerca di stipendi migliori e carriere più gratificanti. Su questo la vostra proposta è un “Patto per i talenti Stem”.
Noi diciamo che è folle formare giovani che costano alla collettività, a seconda del percorso, tra 130mila e 200mila euro ciascuno, e poi “regalarli” all’estero. Inoltre il sistema delle Pmi ha un’età media degli imprenditori piuttosto alta: molti hanno grandi capacità industriali, ma hanno bisogno di collaboratori con competenze digitali. I neolaureati vanno all’estero soprattutto perché guadagnano di più e ricevono subito maggiori responsabilità. La nostra proposta è intervenire sul primo punto attraverso una detassazione delle componenti che separano il salario lordo dal netto. A parità di costo per l’impresa, il giovane dovrebbe ricevere molto di più in busta paga. Sul secondo punto serve un cambiamento culturale. Le imprese devono dare ai giovani ruoli veri, non solo gavetta. Pensiamo a un progetto pilota sui laureati Stem con risultati elevati. Ogni 3mila laureati coinvolti, il costo per lo Stato sarebbe di circa 100 milioni.

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