Perché il cambiamento climatico è anche una crisi sanitaria

Il cambiamento climatico aumenta morti, malattie e costi sanitari: i dati del rapporto europeo su caldo, aria inquinata e siccità. La parola passa ora ai Governi nazionali, chiamati ad affrontare questa emergenza con tutta l’attenzione che merita
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May 20, 2026
Perché il cambiamento climatico è anche una crisi sanitaria
/ ICP
Nel 2024 sono state 63.000 le morti registrate nel nostro continente a causa del caldo eccessivo, in gran parte nell’Unione Europea. Uno studio condotto su 854 città europee ha mostrato che il cambiamento climatico ha determinato circa il 70% delle 24.000 morti registrate nell’estate del 2025 per l’eccessivo caldo. Le persone a rischio di infezione per punture di insetti arrivati in Europa a causa del cambiamento climatico sono salite a cinque milioni. Le morti premature a causa dell’inquinamento dell’aria sono stimate in 600.000 all’anno nel nostro continente, 300.000 nella Ue e circa 70.000 in Italia. La siccità ha determinato nel 2023 una perdita di circa 28 miliardi per gli agricoltori europei, mentre il caldo estremo riduce il tempo di lavoro per le persone che operano all’aperto. Le attività legate ai servizi sanitari sono responsabili del 4-5% delle emissioni globali di gas climalteranti, mentre solo nel 20% dei Paesi europei gli effetti del cambiamento climatico sulla salute sono inclusi nella formazione del personale sanitario.
Questi sono solo alcuni dei dati contenuti nel Rapporto della “Commissione indipendente su clima e salute” presentato domenica scorsa a Ginevra. Istituita un anno fa dall’ufficio dell’Organizzazione Mondiale della Salute (Oms) per l’area pan-europea, la Commissione ha elaborato 17 raccomandazioni agli Stati membri sulla base di un attento lavoro analitico e di incontri con esperti del tema, amministratori pubblici, ministri, ecc., che ci hanno fatto comprendere non solo i rischi gravissimi che i sistemi sanitari corrono e correranno nel prossimo futuro a causa della crisi climatica, ma anche le possibili soluzioni. Il primo messaggio che abbiamo lanciato nel Rapporto è molto forte: l’Oms dovrebbe dichiarare la crisi climatica come rischio catastrofico globale per la salute umana, analogamente a quanto fatto per il Covid o per l’epidemia di Ebola in corso. I dati raccontano la drammaticità della situazione attuale nel nostro continente, il quale potrebbe andare incontro al disastro assoluto se, a causa del possibile arresto della corrente oceanica Amoc (Atlantic meridional overturning circulation) che porta le acque calde dall’equatore all’Europa, le temperature europee dovessero scendere di 10-15 gradi centigradi, con conseguenze devastanti sui sistemi agricoli e sulla vita quotidiana di centinaia di milioni di persone.
Le evidenze scientifiche più recenti mostrano come il rallentamento dell’Amoc stia avvenendo con un’intensità inattesa, ma lo stesso vale anche per altri fenomeni, nonostante il negazionismo climatico. Per questo, raccomandiamo la creazione di un hub informativo pan-europeo basato su fonti affidabili che supportino le decisioni politiche, ma anche delle aziende, degli amministratori locali e degli individui. Vanno poi attivati meccanismi di forte coordinamento delle politiche climatiche e sanitarie, e il tema va preso in carico anche dagli organismi preposti alla sicurezza nazionale, ai quali dovrebbero partecipare anche i ministri della salute.
Il secondo gruppo di raccomandazioni riguarda la trasformazione dei sistemi sanitari alla luce della crisi climatica. Proponiamo che vengano rivisti i programmi formativi del personale sanitario e gli standard per i contratti pubblici dei beni e servizi sanitari, anche per ridurre le emissioni di gas climalteranti attraverso l’uso di energie rinnovabili e l’impatto del settore sull’ambiente (alcuni Paesi pensano di ridurre l’utilizzo dei dispositivi monouso). Attenzione va posta al tema della salute mentale, vista non solo la diffusione dell’ecoansia, soprattutto tra i più giovani, ma anche il presumibile effetto degli eventi climatici estremi sulla salute mentale delle popolazioni interessate.
Il coinvolgimento degli amministratori locali è assolutamente indispensabile. I Comuni sono chiamati già adesso a occuparsi di adattamento alla crisi climatica, ma normalmente non esiste un assessore alla salute. Suggeriamo quindi di dedicare molta più attenzione al legame tra clima e salute a livello locale, attraverso meccanismi di coordinamento delle diverse politiche, soprattutto nei confronti dei più fragili (anziani, bambini, persone con disabilità, ecc.). I Sindaci dovrebbero definire piani d’azione ambiziosi, sostenuti da campagne di comunicazione sui rischi per la salute derivanti dal cambiamento climatico. Infine, cruciale è il tema del finanziamento delle politiche della salute alla luce dell’emergenza climatica. In Europa nel 2023 sono stati spesi 444 miliardi di euro per sussidi ai combustibili fossili (in Italia circa 25 miliardi). L’impegno assunto da tutti gli Stati a ridurli drasticamente va realizzato al più presto, il che consentirebbe di finanziare gli interventi sopra indicati e molto di più. La parola passa ora ai Governi nazionali, chiamati ad affrontare questa emergenza con tutta l’attenzione che merita. Sarebbe importante che le forze politiche dicano chiaramente cosa pensano di tutto ciò, poiché dalle scelte che si compiono oggi dipende la nostra vita, ora e nel prossimo futuro.
Enrico Giovannini è Direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS)

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