Quei 26 bambini in carcere, il fallimento più ingiusto
Anche se non hanno alcuna colpa, i piccoli vivono reclusi con le loro madri. Il prezzo più duro lo pagano proprio loro, tra norme deboli e alternative insufficienti

Apri. Qualche giorno fa, in occasione di un incontro organizzato al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro e dedicato al tema dei bambini in carcere, il presidente di Unicef Italia Nicola Graziano s’è soffermato su questa parola annunciando l’imminente produzione di un cortometraggio intitolato proprio così, "Apri": «Un bambino in carcere, d’altronde, dopo la prima parola “mamma” impara la parola “apri”. Perché vuole aprire la porta della cella». Apri. Il blindo. Il cancello. Apri perché qui dentro manca l’aria. Manca il mondo. Manca la vita. Oggi 26 bambini vivono nelle carceri italiane insieme alle loro madri detenute. Erano 11 appena un anno fa, 19 a metà del 2025. Un numero piccolo, si dirà. Irrilevante nelle statistiche gigantesche della giustizia italiana, snocciolate ancora ieri dal puntuale rapporto di Antigone. E invece no, da queste pagine non smetteremo mai di ripeterlo: alcune cifre pesano più di altre, diventano la misura morale di un Paese. E 26 bambini dietro le sbarre sono un fallimento enorme, collettivo, politico, umano.
Le loro madri hanno commesso reati. Alcuni gravi, altri meno. Piccolo spaccio, furti, marginalità che si tramanda come una malattia sociale. Ma quei bambini no, non hanno colpe. Non hanno sentenze a carico. Non sono andati a processo. Eppure, per decisione di uno Stato democratico, vivono in luoghi dove le porte si chiudono con chiavi pesanti, dove le finestre hanno sbarre, dove le luci restano accese, dove sera significa chiusura e mattino apertura. Gli esperti lo chiamano “ergastolo emotivo”, gli effetti sono quelli della cosiddetta “sindrome da prigionia”: ritardi nel linguaggio, difficoltà motorie, irrequietezza, aggressività oppure chiusura totale. Uno che li ha studiati e documentati tutta la vita è il pediatra Paolo Siani, che da deputato ha portato avanti fino al 2022 (e oltre) una proposta di legge per evitare la presenza di bambini negli istituti penitenziari prima osannata da un consenso bipartisan, poi clamorosamente scomparsa nei meandri degli iter parlamentari e dei cambi di legislatura. Lo stress cronico nei primi anni di vita modifica perfino l’espressione genetica, lascia tracce permanenti nello sviluppo cognitivo ed emotivo. Chi nasce e cresce in carcere ha maggiori possibilità di finire col delinquere, e a sua volta in carcere. È la biologia prima ancora dell’ideologia – ma forse basterebbe anche solo la logica – a dirci che il carcere non è un posto per bambini.
Tant’è, in carcere i bambini continuano a starci. Per anni ci siamo raccontati che gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (gli Icam istituiti da una legge del 2011) fossero la soluzione. Certo, rispetto al carcere tradizionale rappresentano un tentativo di umanizzazione: disegni sui muri, stanze colorate, cucine piccole, giardini, agenti senza divisa. La verità è che non esiste una detenzione “a misura d’infanzia” o un modo gentile di crescere dentro una privazione di libertà. Così accade che una bambina non possa avere il panino di McDonald’s di cui parlano i compagni “liberi” della scuola. Che un’altra rinunci alla recita dell’asilo perché sua madre non può accompagnarla. Che un figlio debba interrompere una telefonata al padre perché “il tempo è finito”. Persino gli affetti, in carcere, hanno il timer.
Esistono alternative? Sì, esistono. A Milano la casa-famiglia protetta Ciao, a Roma Casa di Leda. Le abbiamo visitate e raccontate a più riprese nel corso degli anni su Avvenire. Case, appunto, non celle. Bambini che vanno alle feste di compleanno, fanno sport, invitano i compagni di scuola. Madri che lavorano, imparano un mestiere, ricuciono lentamente il rapporto con la realtà smettendo di sentirsi soltanto detenute e tornando, almeno un poco, a sentirsi persone. Peccato che le strutture in questione siano due. Due in tutta Italia. Sempre secondo la legge del 2011 possono essere realizzate, sì, ma “senza nuovi oneri per lo Stato”, cioè di fatto a carico degli enti locali, del volontariato e del Terzo settore. E non c’è niente di più facile per la nostra politica che plaudere compatta ai modelli, per poi sfilacciarsi quando si tratta di finanziare strutture, personale, percorsi educativi e reinserimento. Così “viva viva le case famiglia!”, e il paradosso continua: tutti dicono che i bambini non dovrebbero stare in carcere, ma lo Stato continua a non costruire abbastanza alternative perché davvero non ci stiano.
Continua – anche e soprattutto oggi – perché il populismo penale produce consenso facile. Perché (e lo vediamo in questi giorni dopo Modena) parlare di sicurezza rende più che parlare di fragilità e il cosiddetto “decreto sicurezza”, che ha reso facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena per donne incinte o con figli molto piccoli, ha contribuito all’aumento dei bambini negli istituti penitenziari. Continua perché in Italia spendiamo fino al 90% delle risorse penitenziarie per custodire e appena il 10% per rieducare. E perché una donna che ha sbagliato smette rapidamente di essere percepita come madre e diventa soltanto colpevole. Ma i bambini, signori della politica, quando abbiamo smesso di guardare i bambini come bambini se nascono dalla parte sbagliata della vita?
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