Così i mercanti dell’insicurezza
decidono cosa dobbiamo temere

I nuovi tecno-vassalli vendono la promessa di rendere il mondo leggibile in anticipo. In tal modo i pericoli diventano una merce
e poi si trasformano in guerra guerreggiata
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May 19, 2026
Così i mercanti dell’insicurezza
decidono cosa dobbiamo temere
/ ICP
La vecchia industria militare vendeva armi. I nuovi tecno-vassalli la promessa di rendere il mondo leggibile prima ancora che diventi pericoloso. Come se già non avessero contribuito a renderlo tale. Si tratta di un’industria che non offre soltanto missili, droni, sensori, software o piattaforme di comando. Offre anticipazione. La logica della preemption , che abbiamo analizzato nelle puntate precedente. La possibilità, cioè, di trasformare segnali dispersi in minacce riconoscibili, dati grezzi in decisioni operative, l’incertezza in bersagli sul campo. È qui che la monarchia della paura entra nella sua fase più avanzata. Dopo aver visto come l’insicurezza possa diventare capitale, occorre ora provare a gettare luce sui suoi mercanti. Non perché le imprese della difesa tecnologica siano la causa unica del nuovo disordine mondiale. Sarebbe semplicistico e ingenuo pensarlo. Le guerre esistono, le aggressioni esistono, le minacce sono reali. L’industria è secoli che fa profitti con la guerra. Non basta scandalizzarsi. Ma proprio perché le minacce sono reali, diventa decisivo chiedersi chi abbia oggi il potere di renderle visibili, anticipabili, di sfruttarle e di farne merce e trasformarle in guerra guerreggiata. Palantir, Anduril, Helsing, Shield AI, DataWalk sono nomi diversi dello stesso panorama industriale. Non rappresentano semplicemente una nuova generazione di aziende militari. Rappresentano l’ingresso pieno della logica di piattaforma dentro la sicurezza nazionale. Sono imprese private che fanno ciò che vogliono. Innovano dove credono. Con la certezza di essere cooptate dai governi a riempire spazi che la grande industria tradizionale e tanto meno il settore pubblico non riescono a dominare. Palantir e DataWalk trasformano il mondo in informazione operabile. Raccolgono, integrano, correlano dati, rendono visibili nessi che prima restavano dispersi. Anduril, Helsing e Shield AI si spingono oltre trasformando quell’informazione in sorveglianza automatizzata, sistemi autonomi, capacità di intervento rapido. Nel sito di Anduril, dove vengono magnificate le lodi del loro caccia a guida autonoma leggiamo che questo è in grado di garantire un unfair advantage a chi lo usa. Un vantaggio talmente grande rispetto a chi si accontenta di armi tradizionali da risultare un “vantaggio sleale”.
Ma la questione non è solamente tecnologica. È politica. Perché queste piattaforme non si limitano ad eseguire decisioni prese altrove. Contribuiscono a definire che cosa appare rilevante, che cosa diventa minaccia, che cosa resta invisibile. Il fondatore di Palantir, Peter Thiel, è stato il principale sponsor politico dietro l’ascesa politica di J.D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti. E quando una tecnologia entra stabilmente nell’architettura pubblica della sicurezza, non fornisce soltanto uno strumento allo Stato. Finisce per partecipare alla costruzione della sua strategia. Della sia visione, e la visione, in politica, non è mai neutrale. È questa la vera novità. La sicurezza contemporanea è sempre più forward-looking , si organizza attorno al “cosa potrebbe accadere”. Alla previsione, dell’imprevedibile. Per questo il possibile diventa il territorio da presidiare. L’anomalia diventa indizio. I profili social vanno analizzati alla ricerca di segnali di devianze possibili. I comportamenti sono segnali. E così la vulnerabilità esistenziale diventa mercato. In questo passaggio, l’insicurezza non è più soltanto una condizione da fronteggiare, ma una materia prima da elaborare e su cui lucrare. Naturalmente nessuno vende la paura presentandola come paura. La si vende come efficienza, necessità, riduzione dei tempi decisionali. Ci avevano già provato durante la guerra fredda a trasforma l’attacco preventivo in necessità ineludibile. Il gioco del pollo, lo chiamavano gli strateghi, mostrava la necessità di attaccare per primi, perché altrimenti l’avrebbero fatto loro. Fortunatamente Thomas Schelling, Daniel Ellsberg e pochi altri riuscirono a smascherare la truffa. Contribuendo a far si che l’evento più importante del XX secolo sia stato ciò che non è mai accaduto. Una guerra nucleare. Dove sono oggi, quei geni coraggiosi? Oggi siamo tornati al dover vedere prima, capire prima, decidere prima, colpire prima. Come se l’attacco preventivo fosse una novità. Abbiamo solo dimenticato che una società che costruisce la propria sicurezza sull’obbligo di arrivare sempre prima rischia di non chiedersi più dove stia andando. La cieca rapidità è diventata una virtù mentre il dubbio è irresponsabilità e la prudenza una forma intollerabile di debolezza.
Qui la riflessione su Peter Thiel diventa utile, non per trasformarlo in caricatura, ma per capire alla radice una tentazione del nostro tempo. Nel suo immaginario, tecnologia, potere e visione apocalittica tendono a saldarsi. Il mondo è letto come spazio di minacce radicali, e la politica come decisione estrema davanti al caos. Ma quando la storia viene interpretata soprattutto attraverso la figura del nemico, la sicurezza non è più il mezzo per custodire la pace e diventa il principio che giustifica un ordine permanente di mobilitazione. Il caso Palantir è emblematico già nel nome. Il palantír di Tolkien è la pietra che permette di vedere lontano. Ma vedere lontano non significa necessariamente vedere meglio. La pretesa di rendere trasparente il mondo può produrre una nuova opacità. Quella degli algoritmi, dei contratti, dei sistemi proprietari, delle infrastrutture tecniche che pochi comprendono e pochissimi possono contestare. Il paradosso diventa evidente. In nome della sicurezza collettiva, funzioni delicatissime vengono affidate sempre più spesso a sistemi privati sottratti al controllo democratico. La critica tradizionale al complesso militare-industriale ci portava a chiederci quanto potere acquistano le imprese quando gli Stati dipendono dalle loro armi? La nuova domanda è ancora più radicale. Quanto potere acquistano quando gli Stati dipendono dal loro modo di vedere il mondo? Perché chi fornisce l’infrastruttura cognitiva della sicurezza non vende solo mezzi. Contribuisce a stabilire il perimetro del reale. Ci vende gli occhiali attraverso i quali vediamo la realtà.
Il problema non è che queste tecnologie siano inutili. Al contrario, il loro potere deriva proprio dalla loro utilità. Possono proteggere soldati, prevenire attacchi, rendere più efficace la difesa, ridurre alcuni rischi operativi. Ma una tecnologia utile può essere politicamente pericolosa quando diventa inevitabile. E diventa inevitabile quando ogni nuova minaccia sembra confermare la necessità di più dati, più sensori, più automazione, più anticipazione. È qui che il circuito si chiude. L’insicurezza genera domanda di tecnologia. La tecnologia amplia la capacità di individuare nuove vulnerabilità. Le nuove vulnerabilità generano nuova domanda di sicurezza. In teoria, il sistema dovrebbe portarci verso un mondo più protetto. In pratica, rischia di produrre un mondo incapace di sentirsi abbastanza sicuro da disarmare, rallentare, negoziare, fidarsi. La pace, in questa economia, diventa un bene scomodo. Non perché qualcuno debba necessariamente desiderare la guerra, ma perché la pace interrompe il rendimento che l’industria trae dall’allarme. Posti di lavoro, utili, PIL. La pace, invece, riduce l’urgenza e quindi abbassa la spesa, rallenta l’innovazione militare, rende meno necessaria la crescita del settore. Una democrazia deve potersi difendere. Nessuna ingenuità può cancellare il dovere della protezione. Ma proprio perché la sicurezza è un bene comune, non possiamo consegnarla interamente a chi la trasforma in business privato. La domanda decisiva non è se servano tecnologie migliori. Servono certamente. La domanda vera è chi decide il loro fine, chi controlla il loro uso, chi risponde quando viene generata ingiustizia, escalation e viene fomentata la paura ad arte. I mercanti dell’insicurezza non vendono soltanto strumenti di difesa. Vendono una visione del mondo. Una società che accetta questa visione senza discuterla ha già rinunciato a una parte della propria libertà. Perché la pace non è il momento in cui non abbiamo più nulla da temere. È il momento in cui decidiamo che la paura non deve essere il fondamento dell’ordine comune.
(3 - continua)
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