Il trafficante libico davanti alla Corte dell'Aja: sul banco degli imputati c'è anche l'Europa
di Nello Scavo
Si chiama Khaled Mohamed Ali El Hishri, ma a Tripoli per tutti è “Al Buti”. Come il generale Almasri, ha spadroneggiato nelle carceri nordafricane, tra accuse di torture ai migranti e silenzi dei nostri governi. Il procedimento a suo carico è importante. Per le vittime, per il diritto internazionale e per il giornalismo

All’Aja non entra soltanto un imputato. Entra un pezzo di Libia che per anni è rimasto ai margini della coscienza europea. Ed entra un pezzo di disonorevole storia, anche nostra. Fa ingresso attraverso Mitiga, il carcere dentro la capitale, la prigione nell’aeroporto, il biglietto da visita di una Tripoli che può commettere crimini e ricattare potenze del G-7. Mitiga è il nome delle celle diventate archivio dell’orrore. Dove uomini come il generale Almasri hanno spadroneggiato, prosperato, e dove sono stati frettolosamente riaccompagnati al riparo dalla giustizia internazionale e dalla Polizia italiana, che lo aveva arrestato raccogliendo in poche ore una montagna di tracce sull’architettura degli affari dei potenti di Libia. In aula solo entrate, coperte da sigle e codici, le vite dei detenuti, delle donne, dei migranti, dei prigionieri senza tutela, dei corpi consegnati a un potere armato che si è fatto Stato quando lo Stato non c’era più.
Il procedimento contro Khaled Mohamed Ali El Hishri, che in Libia chiamano “Al Buti”, potrebbe anche finire fra due giorni con un non luogo a procedere per difetto di giurisdizione, come sostengono i suoi avvocati secondo cui la Corte penale internazionale non ha competenza sui crimini nel Paese fatto deflagrare con la caduta di Gheddafi nel 2011. Comunque andrà, sui banchi ci sono migliaia di testimonianze documentate, verificate, certificate dagli investigatori internazionali. Perfino i legali di “Al Buti” non se la sono sentita di mettere in discussione le prove. Cercano altri escamotage per salvare il comandante della sezione femminile di Mitiga.
Per anni si è detto “crisi migratoria”. Una formula comoda, quasi neutra, perciò crudele: persone intercettate in mare, riportate indietro, rinchiuse, torturate, vendute, ricattate, abusate. Lungo rotte che poi la medesima filiera criminale utilizza per trafficare petrolio, armi, droga diretti verso quegli stessi Paesi con cui ci si è stretta la mano per tenere in catene gli ultimi della fila. C’erano rifugiati che non raggiungevano mai un giudice, famiglie che sparivano nei centri, donne consegnate alla violenza, uomini trasformati in merce. E una frontiera europea spostata a sud, lontano dagli occhi, lontano dalle responsabilità.
Avvenire ha seguito questa traccia quando era più facile voltarsi dall’altra parte. Lo abbiamo fatto in tanti qui, e con altri colleghi di testate italiane e internazionali. Nomi di reporter finiti poi nei brogliacci delle intercettazioni, dei pedinamenti. E nella lista delle minacce. Ma non hanno rischiato solo i giornalisti, hanno affrontato i timori anche le fonti sul campo, gli operatori umanitari che hanno accettato di parlare, i testimoni, gli investigatori e le fonti che hanno contribuito a confermare un indizio o fornire un documento.
Per questo il caso El Hishri conta anche oltre l’aula. Non perché confermi una testata, un’inchiesta o una firma. Ma perché mette alla prova la possibilità che ciò che è stato raccontato diventi anche responsabilità penale. Il punto non è solo Libia. È l’Europa, l’Italia, il Mediterraneo trasformato da “Mare Nostrum” in “mare di nessuno”, dove i diritti valgono finché non sono di intralcio. Sul banco degli imputati c’è la cooperazione con apparati libici presentati come argine ai trafficanti. Nell’aula del tribunale insieme a vittime e presunto colpevole ci sono domande a cui prima o poi bisognerà rispondere e che nessun governo ama ascoltare. Che cosa sapevamo? Che cosa abbiamo finanziato? A chi abbiamo affidato vite umane pur di non vederle arrivare sulle nostre coste? A quale prezzo?
Per questo il procedimento è importante. Per le vittime, anzitutto. Perché la loro storia non resti materiale umanitario, utile a commuovere e poi a essere archiviato. Per il diritto internazionale, che qui misura la propria capacità di arrivare non solo ai capi di Stato, ma anche agli ingranaggi criminali che si fanno sistema. Per il giornalismo, che ritrova il senso del suo lavoro quando le notizie non evaporano, ma resistono nel tempo e costringono altri poteri a rispondere, prima o poi. Alla fine resta una domanda semplice. Non se l’Europa conoscesse Mitiga. Non se i giornalisti avessero raccontato abbastanza. La domanda è se ora, davanti ai giudici, quelle voci potranno smettere di essere soltanto testimonianza e diventare prova. È lì che il processo El Hishri diventa più di un caso libico. Diventa il banco di prova di una memoria che chiede giustizia.
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