Che cosa è il tempo? Ce lo dicono Agostino... e Pompei

La storia non è qualcosa che appartiene solo al passato, ma esiste soprattutto nell’oggi, perché è nell’oggi che la ricordiamo e la interpretiamo
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May 19, 2026
Che cosa è il tempo? Ce lo dicono Agostino... e Pompei
Gli scavi dell'Insula Meridionalis a Pompei / Ansa
Anticipiamo alcune pagine del libro Quando gli dei lasciarono il mondo. L’ultima estate di Pompei (Feltrinelli, pagine 256, euro 24) di Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei. Un viaggio dentro una città che mostra come già si iniziavano a vedere le fratture del mondo antico; un mondo che vacillava sotto il peso di nuovi culti, del potere imperiale e la nascente presenza cristiana. 
Il Vangelo di Tommaso non figura nella versione canonica della Bibbia, è apocrifo. Fu riscoperto solo nel 1945, in Egitto, sepolto in età tardoantica, forse dopo che la Chiesa lo aveva bandito. Non è una narrazione, ma una semplice raccolta di massime attribuite a Gesù. Alcuni pensano che risalga al periodo immediatamente successivo alla sua crocifissione, quando la gente cercava di ricostruire i suoi insegnamenti; altri lo datano verso il II secolo d.C. Il detto numero 113 assomiglia a quello appena citato, con piccole differenze: «I suoi discepoli gli chiesero: “Quando verrà il regno?”. Non verrà aspettandolo. Non si dirà: “Guarda, è qui! oppure Guarda, è lì!”. Piuttosto il regno del Padre è sparso sulla terra e gli uomini non lo vedono».
Eppure la gente continuò ad aspettare, eccome. Che il vecchio mondo tramontasse, che il Messia tornasse e che apparissero “un nuovo cielo e una nuova terra”. Ci sarebbe voluta una generazione, al massimo: così aveva detto lo stesso Gesù. Una generazione passò. Allora deve esserci un problema di interpretazione, non è possibile che la Bibbia sbagli. “Generazione” deve significare qualcos’altro… La discussione continua ancora: sembra sia essenziale poter aspettare qualcosa. Ma se invece non arrivasse, se “non verrà aspettandolo”? Se fosse già qui, “sparso sulla terra”? Se esistesse una storia che non si svolge in un tempo misurabile? Una storia in cui duemila anni non sono niente e un’ora contiene un’eternità? In cui Pompei è da sempre perduta e allo stesso tempo non è mai caduta? Pompei sarebbe ancora qui; Pompei saremmo noi. L’ultima estate in cui tutti (quasi tutti?) vissero come se ne arrivassero molte altre: noi. La pornografia, gli abusi, lo smarrimento e la nostalgia, il tentativo di annegare il vuoto interiore nel vino, in feste pompose, in raffinate conversazioni sull’arte e la letteratura: noi. I bambini abbandonati, i bambini picchiati, i bambini che già a cinque anni sono bombardati da una violenza brutale spacciata come intrattenimento: i nostri bambini, il bambino in noi. La corruzione, l’egoismo, il narcisismo, la manipolazione e l’ipocrisia, lo sfruttamento spietato dell’altro, che diventa un mero oggetto. E la grande paura che stritola tutti con i suoi artigli: noi.
Ma pure: il bambino abbandonato che viene salvato, anche se non ci sarebbe più posto in casa. In qualche modo ce la caveremo, vediamo, ora calmati, puoi smettere di piangere. La parola affettuosa, il saluto scritto in una notte fredda sul muro di una casa, hic et ubique , “ovunque tu sia”. La rivoluzione, la nuova terra, il regno che è vicino. I figli della grande madre, del padre che è nei cieli. Il potere dell’estasi, dell’ “uscire fuori”, del riscatto, della liberazione dalla grande paura. La libertà assoluta, a un solo passo di distanza. Da duemila anni sembra imminente, da duemila anni guardiamo nel vuoto, come la donna della Casa del Tiaso, e ci chiediamo che cosa troveremo se davvero facessimo questo passo. Adesso.

La storia è adesso

È strano, ma nell’archeologia e nella storiografia non ci si chiede praticamente mai che cosa sia davvero il tempo. D’altra parte forse non è affatto così strano, perché il tempo è la base della nostra disciplina. Siamo orgogliosi di poter datare eventi, misuriamo il tempo e valutiamo i processi che si svolgono al suo interno. Se duemila anni non fossero niente e un istante un’eternità, il modello operativo delle nostre discipline comincerebbe a vacillare.
Eppure, a un’analisi più attenta, risulta difficile negare che la storia è sempre e soltanto adesso. Sotto ogni aspetto. A un primo livello possiamo renderci conto che di Pompei sappiamo esclusivamente ciò che adesso, in questo momento, è noto grazie agli scavi e ad altre testimonianze. La storia è sempre solo adesso per il semplice fatto che la storia, come la raccontiamo, può essere raccontata così soltanto oggi, sulla base delle conoscenze e della consapevolezza storica attuali. In questo la storia è come la musica, che non esiste se non viene suonata. Certo, esistono strumenti, spartiti, musicisti… ma la musica esiste soltanto nel momento in cui tutti questi elementi si incontrano. E appena termina l’esecuzione, la musica è finita. Allo stesso modo non esiste alcuna storia senza coloro che la raccontano.
Lo aveva già detto a suo modo Agostino, il padre della chiesa vissuto nel IV-V secolo d.C. Secondo lui, la storia è il presente del passato come memoria. La memoria è notoriamente soggettiva: un presente cinico, ad esempio, racconterà una storia cinica. Ed è instabile: ciò di cui ci ricordiamo oggi, domani forse l’avremo già dimenticato, mentre altre cose, da lungo tempo dimenticate, all’improvviso tornano alla luce grazie a scoperte di documenti o scavi archeologici. In altre parole: la storia è adesso, la storia siamo noi.
Noi siamo Pompei, perché Pompei è ciò che ne serba la nostra memoria, intesa non solo come ciò che ognuno di noi, singolarmente, ha nella propria testa, ma anche come ciò che viene conservato negli archivi, nelle biblioteche e nei musei, ossia nella memoria collettiva. Anche il luogo in sé – le case antiche, le vie – fa parte, e in modo fondamentale, di quanto conserviamo. Abbiamo visto che ciò si modifica nel corso del tempo: quello che nel Settecento non è stato conservato in maniera appropriata oggi non esiste più. Pompei ha letteralmente perso dei pezzi della sua storia. Se continuiamo a scavare, perché vogliamo aggiungere qualcosa alla storia, dobbiamo fare attenzione a non perderne, invece, altri pezzi, perché le superfici scavate superano le nostre capacità di provvedere alla manutenzione e alla corretta conservazione delle strutture dissepolte. Pompei siamo noi, perché lo stato della città antica riflette esattamente le nostre decisioni nel bilanciare la curiosità scientifica e la responsabilità conservativa. Ma Agostino pretende di più.
Gli scavi dell'Insula Meridionalis a Pompei / Ansa
Gli scavi dell'Insula Meridionalis a Pompei / Ansa

L’illusione del tempo

«Che cos’è, allora, il tempo?» si domanda. «Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so…». Si mette dunque alla ricerca. Il futuro non esiste, perché non è ancora. Né tantomeno esiste il passato, che non è più. Solo il presente esiste davvero. Siccome esiste sempre solo l’adesso, è in qualche modo eterno; ma non nel senso di “eternamente lungo”. Poiché la risposta di Agostino alla domanda: “quanto dura il presente?”, è: «un tempo infinitamente breve». Un giorno può essere suddiviso in ore, un’ora in minuti e così via.
Quanto al passato, possiamo misurarne la durata? Ha una lunghezza, ad esempio cento anni, duemila anni? No, dice Agostino, perché ciò che non esiste, non può essere misurato, non ha estensione. Ciò che possiamo misurare non è il passato in sé, che è irrimediabilmente perduto, bensì il suo ricordo: «Così non è lungo il passato, inesistente; ma un lungo passato non è che la memoria lunga di un passato». 
Traducendolo in maniera un po’ più libera, potremmo anche dire: l’estensione del passato dipende esclusivamente dalle attuali capacità di elaborazione e di archiviazione dei nostri sistemi mnemonici, da nient’altro. Al di fuori di questo non esiste niente. O meglio, diciamo così: non sappiamo che cosa esiste al di fuori di questo, è il grande ignoto. Osiride, che scorta il sole attraverso la notte; Cerere, che dai semi fa nascere una pianta; Dioniso, che muore e rinasce. Per Agostino è, ovviamente, Dio. Dio, «che non ha mai fatto nulla nel tempo», perché «ha fatto il tempo stesso».
Aspettare Dio, dunque, sarebbe una perfetta assurdità. Non ha alcun senso aspettare qualcosa che è fuori dal tempo. Il regno di Dio non arriva mai ed è sempre già qui. Gli dèi non hanno mai abbandonato il mondo, per cui non potranno “ritornare”. La città di Sodoma è scomparsa mille volte, una di queste nel 79 d.C., ma scomparirà ancora mille volte.
Tuttavia, dice Agostino, il passato, il presente e il futuro devono pur esistere in qualche modo. È così che l’abbiamo imparato a scuola, così lo insegniamo ai nostri figli. La soluzione: il tempo è un’illusione della nostra mente. È tutta una questione di prospettiva. Dio non c’entra niente. Siamo noi che vediamo il mondo così: ci ricordiamo cose (passato), osserviamo cose (presente), aspettiamo cose (futuro). “Chi potrebbe negare che il passato non esiste più? Ma nella mente vive la memoria del passato.”
Immaginiamo un grande fiume: visto dall’alto assomiglia a un grande serpente, immobile, steso tra le montagne e il mare. Solo la piccola goccia d’acqua che galleggia al suo interno e crede di essere estranea alla corrente, forse addirittura un individuo unico e singolare, pensa di correre velocemente. Pensa che prima arriverà un’ansa, poi un’altra, poi cascate, rapide, e alla fine dovrà sciogliersi nel grande oceano; e di questo ha una paura tremenda, perché chissà a quel punto cosa ne sarà di lei. Chi riesce a vedere il fiume, anziché la singola goccia d’acqua, riconosce che tutto è simultaneo; e che le gocce dall’oceano tornano alle montagne sotto forma di nuvole per ricominciare il loro viaggio da capo. Quale ansa del fiume si trovi nel passato e quale nel futuro è una questione di punti di vista. Il che non significa che una goccia può risalire il fiume controcorrente; ma può acquisire la consapevolezza di essere, in realtà, più di una semplice goccia: acqua.
Pompei, un’ansa di fiume nella corrente della vita.
Uno studio di fisica teorica, pubblicato nel 2024, mette in discussione che il tempo sia una caratteristica fondamentale dell’universo. Forse è solo un’illusione, creata dall’interazione di particelle elementari. Per un elemento completamente isolato non esisterebbe, quindi, alcun tempo: l’universo apparirebbe statico, come congelato. Come per una goccia d’acqua prelevata dal fiume: la corrente per lei smette di fluire, perché è al di fuori di essa. E se la goccia d’acqua, dal di fuori, potesse guardare il fiume, anch’esso le apparirebbe immobile. Il tempo è il modo in cui la goccia percepisce il fiume, finché si trova al suo interno.

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