Pia Pera, il giardino come simbolo e forma di vita
A Lucca due giornate dedicate alla scrittrice che trasformò l’orto in un luogo di cura e conoscenza: nei suoi libri il giardino diventa una pagina da coltivare

Su sentieri non lontani da quelli a lei cari della Lucchesia, a Pia Pera (Lucca, 12 marzo 1956 – Lucca, 26 luglio 2016) sono dedicate due giornate di eventi nel segno del raccoglimento e della riflessione a contatto con la natura che è stata la dimensione di tutta la seconda parte della sua vita. Una vocazione alla spiritualità che è al centro dell’incontro di oggi pomeriggio al Convento di San Cerbone con il prefetto del dicastero per la Cultura e l’educazione José Tolentino de Mendonça. Con un titolo che ha quasi la brevità di un haiku del cardinale e poeta portoghese, “Il giardino, la parola” è promosso e organizzato dalla Fondazione Giuseppe Pera, nell’ambito dell’iniziativa “Un anno per Pia Pera”. Non era credente, Pia - «Il dogma non fa per me. L’amore sì» -, ma la sua opera “parla a tutti” e i suoi scritti spesso «parlano dell’uomo di fronte a Dio, alla lotta della fede, alle responsabilità della storia», come nell’ultimo racconto affidato ai quaderni di “Ore undici”, Il sogno del nonno. Contemplazione e parola, vette di pensiero e mani sporche di terra, zucchini con la stessa dignità delle rose, il podere «come una grande tela su cui dipingere»: i testi di Pera sono un continuo inno alla vita.
Già scrittrice di saggistica e narrativa, e affermata traduttrice dal russo (tra le sue prime traduzioni, Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso, Adelphi, 1986), nel 2000 lascia Milano per trasferirsi nel podere ai piedi del Monte Pisano, dove si addentra in quella che lei stessa definisce «la più ancestrale delle complementarietà», quella tra l’uomo e la natura, «immersa in un ambiente capace di nutrirmi. Come l’eremita che da bambina fantasticavo di diventare», e scrive il primo dei suoi libri da “apprendista di felicità” (che poi diventerà il titolo della rubrica a lungo tenuta su “Gardenia”): L’Orto di un perdigiorno (Ponte alle Grazie, 2003; Tea 2015). Nei successivi sedici anni non abbandona mai quel luogo, spazio di cura e trasformazione, dove la coltivazione delle piante e quella dell’interiorità s’intrecciano in modo inestricabile negli ultimi tempi (dal 2012 fino alla morte quattro anni dopo), al racconto della malattia, nelle pagine che prendono il titolo da un verso delle Poesie religiose di Emily Dickinson, Al giardino ancora non l’ho detto (Ponte alle Grazie, 2016). Comprendendo che sarebbe scomparsa di lì a poco, Pia scrive il suo capolavoro. «È cresciuta l’empatia. La consapevolezza che, non diversamente da una pianta, io pure subisco i danni delle intemperie, posso seccare, appassire, perdere pezzi. Non sono più un osservatore esterno. Mi trovo io stessa in balia. Questo ispira un sentimento di fratellanza col giardino. Altrettanto indifesa, altrettanto mortale. Quasi fossi io il giardino».
«Pia scrive quello che vive con una meravigliosa congruenza di parole e cose: il terreno considerato come una pagina e la coltivazione come scrittura – e viceversa», fa sintesi Emanuele Trevi, che in Due Vite (Neri Pozza, 2020), premio Strega 2021, racconta il lungo sodalizio con Pia e l’altro amico scomparso troppo presto, Rocco Carbone. È questa una delle eredità lasciate da Pia Pera: come semi che germogliano fino a ramificare, la sua vicenda incrocia ambienti culturali diversi esercitando «un numero notevole di talenti», scrive sempre Trevi nella prefazione di Il diario di Lo. Pia Pera «ha inventato un modo di vivere e di scrivere» ha detto recentemente Nicola Gardini all’università di Parma. Edoardo Albinati ne ha ricordato nella stessa occasione «l’ironico scetticismo», nella seconda parte della vita: la Pia «capricciosa, ribelle, mercuriale, contraddittoria» della giovinezza sboccia nella Pia «saggia», che trova «romanzescamente» la sua vocazione, che ammira e perfino supera il maestro Masanobu Fukuoka in quella volontà di appartenere a quanti sono «sacerdoti e non proprietari della natura». L’autolimitazione come atto d’amore per il creato. «Non aveva ricette, non voleva vendere niente a nessuno - chiosa Emanuela Rosa-Clot, direttrice di “Gardenia” – ma il suo pensiero visionario, continua a circolare, interrogare e nutrire»: da qui prende linfa l’iniziativa che, insieme a Ponte alle Grazie, Salani e all’Associazione Pia Pera-Orti di pace, porta fra la gente l’universo della scrittrice (sempre domani, al convento dei cappuccini di Monterosso al Mare un concerto di flauti, “Pia pera: lode al giardino”). Il suo rapporto con la natura è attuale in tempi come questi: dopo il Covid, dopo la sua rimozione collettiva, le sorti del clima e la ricerca di senso, “Un anno per Pia Pera” ritrova quel «pozzo dei desideri», quel «punto archimedico che rende possibile sollevare il peso del mondo», scrive Trevi, che, per Pia Pera, è l’orto. Con l’«ambizione di conciliare entrambe le filosofie», di «trovare il punto d’incontro fra orto e giardino», conduce sorniona la sua narrazione diaristica: «Li vorrei vedere, i miei simili, alle prese con l’orto», «ogni cosa va imparata, cose ovvie quasi quanto camminare, parlare, scrivere. Ma sto imparando, andrà meglio, ci riuscirò». E se “l’incontro con un giardino può avere conseguenze di ogni genere” (P,P. Il giardino che vorrei), per lei è «semplicemente un posto dove mi sento felice». Non è una visione ingenua. Ha letto Il mondo dei vinti di Nuto Revelli sulla «sconfitta storica delle campagne italiane», e i fatti russi ai tempi della collettivizzazione delle terre. «Questo non è quello che solitamente viene chiamato vita. Non dai pubblicitari, almeno, non dagli strateghi del marketing. Ma è la mia vita». Cestina gli inviti alle feste in città, non desidera più viaggiare né alcuna forma di mondanità. Si chiede se questo suo vivere “facendo a meno” non sia, piuttosto che misantropia, «beatitudine nel godere di quello che avremmo comunque avuto: il sole, le nuvole, le metamorfosi delle stagioni». Ricordandola, il direttore dell’Orto Botanico dell’Università di Parma Renato Bruni, cita Tolstoj, nell’incipit di Resurrezione: il divario fra il bello del sole, degli uccelli, degli insetti, e gli uomini che «non smettono di ingannare e tormentare sé stessi e gli altri». Come il filosofo russo Pia Pera si è domandata «se quanto era stato assegnato all’uomo, bastava». E sì, a lei bastava.
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