L'ultimo miglio... della felicità

Non solo Pil, dobbiamo incominciare a misurare anche la vita che "fiorisce", non solo a livello individuale, ma territoriale. Noi abbiamo incominciato a farlo, e la politica può provare a discuterne
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July 25, 2026
L'ultimo miglio... della felicità
/ ICP
Ciò che misuri è ciò che hai a cuore, e ciò che hai a cuore lo misuri (what you measure you treasure and what you treasure you measure si dice ancora più efficacemente in inglese). Gli indicatori di benessere sono una cosa troppo seria per abbandonare la questione ai soli statistici. Sono le frecce che indicano la direzione di marcia di una società. Gli obiettivi su sui si misura il successo o il fallimento di una politica sociale o economica. Negli ultimi decenni abbiamo fatto grandi passi in avanti capendo che la crescita del Prodotto interno lordo non può essere condizione sufficiente per l’aumento di benessere e benvivere. Creare valore economico è essenziale per la sostenibilità del debito, la lotta alla povertà e la creazione di posti di lavoro, ma lo si può fare in modo così tossico da peggiorare e non aumentare la felicità privata e pubblica. Per questo siamo passati a indicatori multidimensionali che oggi tracciano la rotta in molti Paesi del mondo. L’Italia su questo vanta il bellissimo percorso del BES (Benessere Equo e Sostenibile) un set di più di cento indicatori costruiti con un processo partecipato che ha coinvolto le parti sociali.
In questi ultimi tempi ci stiamo però accorgendo che tutto questo non basta e che non siamo ancora riusciti a misurare l’ultimo miglio della felicità: puoi avere reddito, salute ed istruzione, vivere in un Paese con istituzioni civilissime, ma se passi la giornata sdraiato sul divano senza sapere che direzione dare alla tua vita sei depresso e non certo felice. L’ultimo miglio della felicità è espressività orientata a un fine che ci appassiona. In un lavoro empirico su un campione rappresentativo di migliaia di italiani abbiamo provato a catturare quest’ultimo elemento con un indicatore di “fioritura della vita umana” che tiene assieme quanto pensiamo che la nostra vita abbia senso, la percezione di quanto riteniamo di essere generativi (impatto positivo della nostra vita su altri esseri umani) e il nostro impegno civico. Alti livelli dell’indicatore di fioritura raddoppiano il livello di soddisfazione di vita. Ma il risultato ancora più interessante è che fattori potenziali di benessere come il livello d’istruzione hanno un effetto diretto molto debole ed un effetto indiretto, favorendo la fioritura della vita che aumenta a sua volta la felicità, molto elevato. In altri termini possiamo essere al top in quello che Aristotele chiamava potenza (dunamis) e Amarthya Sen chiama capabilities, ma se non trasformiamo questa potenza in atto (l’energeia di Aristotele e le functionalities di Sen) non siamo felici e rischiamo di essere frustrati.
Tutto questo non è solo un passatempo filosofico o econometrico, ma può e deve diventare una stella polare per le politiche future. Le politiche devono rimuovere ostacoli, creare pari opportunità e condizioni che favoriscano la fioritura della vita umana del maggior numero di persone possibile. È stupefacente rilevare come arrivino a questa conclusione le vette del pensiero laico e religioso. Da una parte ci troviamo nell’articolo 3 parte seconda della Costituzione (è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…), dall’altra incontriamo la definizione di bene comune della dottrina sociale della chiesa (Gaudium et Spes) che dice che il bene comune è creare le condizioni che accelerino la piena realizzazione della vita umana. Dobbiamo misurare la fioritura non solo a livello individuale, ma anche a livello territoriale premiando quei luoghi dove le politiche e l’impegno dei cittadini rendono queste condizioni migliori.  Da diversi anni lo facciamo con il rapporto sulla generatività delle provincie italiane che esce ogni anno e viene presentato da Avvenire in occasione del Festival nazionale dell’Economia civile.
La politica in questa stagione esaurisce una parte troppo grande di tempi ed energie nelle polemiche verbali e nella contesa per la leadership. La comunicazione non riesce a schiodarsi dagli eventi di cronaca suscitando passioni tristi e parlando solo di alberi che cadono e mai della foresta che cresce. Sarebbe bello invece avviare un circolo virtuoso ed una sana competizione su come promuovere nel nostro paese le condizioni per la fioritura della vita umana (partendo dall’affrontare i problemi più pressanti come quelli delle diseguaglianze, della povertà, dei salari che ristagnano, della mancanza di risorse di fronte al problema sempre più grande della cura e della non autosufficienza). Sarebbe bello se su questo ci si confrontasse di qui alle prossime elezioni.

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