L'economia sociale dal Piano all'azione: servono risorse e strumenti efficaci
L’intergruppo parlamentare che si è riunito martedì chiede di mettere a terra i contenuti: dalla riforma fiscale al sostegno alle cooperative di lavoratori, fino al tema dell’abitare

Non fermarsi. Va bene l’approvazione in Consiglio dei ministri dell’informativa (ma sarebbe stato meglio un decreto) del Piano nazionale per l’Economia Sociale. Adesso però, con la legislatura che sta imboccando l’ultimo giro di boa, bisogna individuare strumenti legislativi e risorse per accelerare il percorso. È un appello bipartisan quello che giunge dall’Intergruppo parlamentare per l’Economia sociale, promosso dai deputati Silvia Roggiani (Pd) e Lorenzo Malagola (FdI) e la sottosegretaria al Ministero dell’Economia Lucia Albano che ha la delega della materia. L’obiettivo è di tradurre al più presto alcune delle proposte contenute nel Piano: dal tema degli immobili, alla riforma fiscale e l’housing sociale, a quello delle riserve e della loro tassazione, senza dimenticare la questione dei workers buyout e il superamento della disparità normativa tra cooperative sociali e imprese sociali relativamente al versamento del contributo del 3% ai fondi mutualistici, fino alla richiesta di un regime Ires più favorevole. Il Piano, ricordiamolo, è un documento programmatico di 38 pagine su cui erano stati chiamati in autunno ad esprimersi in una consultazione pubblica i vari soggetti attivi nel settore, avrà una durata decennale con una revisione di medio termine dopo i primi cinque anni, seguendo la raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 27 novembre 2023.
«La prima finestra utile è quella della legge di bilancio - afferma Roggiani, promotrice dell’incontro - abbiamo ascoltato quali sono le priorità per i vari attori, cercheremo di trovare dei primi passaggi di attuazione di questo Piano. Ovviamente poi seguiranno delle azioni un po’ più lunghe, che travalicheranno la legislatura, come la legge quadro per l’economia sociale che certamente richiede più tempo. Intanto vigileremo e lo faremo in modo bipartisan, perché la filiera dell’economia sociale deve continuare ad essere un settore trainante». Già perché questo «arcipelago della solidarietà e del lavoro» in Italia, è bene ricordarlo, conta quasi 400mila organizzazioni, 1,53 milioni di addetti e oltre 4,6 milioni di volontari.
Mario Calderini, docente al Politecnico di Milano, dove insegna Management for Sustainability and Impact, spiega ad Avvenire quelle che devono essere le prossime mosse. «La prima questione, sul piano della consapevolezza politica, è il coinvolgimento attivo di dicasteri chiave, in particolare il Mimit e il ministero dell’Ambiente affinché si concretizzi pienamente l’ambizione di rendere l’economia sociale una parte importante delle politiche industriali, specializzando strumenti che già oggi esistono o nuovi strumenti rispetto alle necessità specifiche dell’economia sociale». Per Calderini «il nodo riguarda la traduzione del prezioso contributo di definizione e perimetrazione offerto dal Piano in strumenti statistici adeguati a riconoscere il contributo dell’economia sociale ma anche a consentire un’adeguata valutazione di impatto del piano stesso o delle singole iniziative». Tutto questo senza dimenticare «il pieno sfruttamento e il potenziamento di quanto già previsto dal codice degli appalti per rendere il social procurement di origine pubblica ma anche privata, una leva di sviluppo e promozione dei mercati dell’economia sociale». È vero che molto del successo del Piano d’Azione dipenderà dall’esito di alcune questioni in via di definizione in Europa, tra cui la direttiva sul procurement, la normativa sugli aiuti di Stato per il Terzo Settore e il definitivo consolidamento del quadro finanziario pluriennale, che sottolinea Calderini al momento «non presenta un’impostazione particolarmente favorevole all’economia sociale, né per risorse né per governance».
Anche per questo Giancarlo Moretti portavoce del Forum del Terzo Settore ha richiamato la necessità che la futura disciplina sull’economia sociale trovi solide basi in due principi cardine: «la sussidiarietà e l’amministrazione condivisa», indicata come uno degli strumenti più efficaci «per rafforzare il rapporto tra pubblica amministrazione ed enti dell’economia sociale». In ogni modo c’è soddisfazione e voglia di fare da parte delle organizzazioni non profit. Con Fabiola Di Loreto direttore generale di Confcooperative che afferma «siamo pronti a tradurre il piano in atti concreti con l’aiuto del Parlamento» e ricorda come «ancora oggi le coop svolgono una funzione economica e sociale con 7 milioni di persone prese in cura ogni giorno, filiere agroalimentari, BCC banche di territorio con servizio e sportelli in aree interne».
Da parte sua Marco Mingrone, responsabile dell’ufficio legislativo di Legacoop sottolinea quelle che sono le priorità del comparto: «l’approvazione della legge quadro, l’esenzione degli utili destinati a riserva legale, il sostegno ai workers buyout, il riallineamento della disciplina fiscale tra enti mutualistici ed ETS e una riforma degli appalti pubblici che valorizzi la qualità della progettazione e introduca criteri di premialità per le imprese capaci di generare impatto sociale». L’incontro dell’intergruppo parlamentare ha segnato l’avvio «di un metodo di lavoro condiviso» ha concluso Roggiani «seguiremo il percorso di attuazione del Piano, affinché agli indirizzi indicati possano seguire proposte concrete con risorse adeguate e risultati verificabili».
© riproduzione riservata
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






