Economia sociale, il Piano che cambia le regole del gioco
Non più settore residuale o riparativo: l’obiettivo del nuovo programma nazionale è farne un protagonista della creazione di valore economico, sociale e ambientale

C’è una distinzione, proposta dal filosofo John Searle, che aiuta a cogliere la vera posta in gioco del primo Piano nazionale per l’economia sociale. Searle separava le regole regolative, che normano ciò che già esiste, dalle regole costitutive, che fanno accadere qualcosa che prima non c’era. Le prime disciplinano un gioco, le seconde lo creano: una regola costitutiva è essa stessa un’innovazione. È questa l’ambizione di un Piano che, dopo una lunga consultazione non solo con gli stakeholder ma anche interministeriale, si affaccia finalmente nel nostro Paese: non un dispositivo per facilitare o promuovere, ma per far accadere. Cosa c’è in ballo? Niente di meno che il modello di sviluppo. Non lo sviluppo inteso come mera crescita, come incremento degli scambi di beni e servizi, ma come quel meccanismo capace di togliere i viluppi, gli ostacoli che imbrigliano la libertà, la cooperazione, l’inclusione. Per troppo tempo l’economia sociale è stata confinata dentro una sfera residuale e riparativa, chiamata al più a ridistribuire un valore prodotto altrove, o peggio a mettere la ciliegia sulla torta. La vera novità è riconoscerla per ciò che è: un attore che la torta contribuisce a farla. Ci si aspettava un decreto, è arrivata un’informativa, non è la stessa cosa, ma la sua valenza resta rilevante, e ha soprattutto un valore segnaletico rispetto ai soggetti protagonisti dell’economia sociale e alla loro capacità di moltiplicare il valore in valore sociale e ambientale e di svolgere una funzione pre-distributiva. Una funzione preziosa in un’epoca in cui la crescita si è disarcionata dalla prosperità. Lo dicono i dati: mentre la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è cresciuta del 7,4% nel 2025, secondo la Banca d’Italia la quota di ricchezza detenuta dalle famiglie under 36 è scesa dal 13% al 6% in trent’anni. Fatti che, per essere corretti, non chiedono soltanto nuove soluzioni, ma soprattutto nuove istituzioni. Nuove regole del gioco. Questo è il valore dell’economia sociale. Non un perimetro da recitare, ma un perimetro capace di aprirsi per connettersi ai sistemi sociali, digitali, manifatturieri, urbani, sanitari, generando nuove economie inclusive.
L’economia sociale è, in fondo, l’epifania dell’economia inclusiva: quella che contrasta le modalità estrattive di creazione del valore, quelle che ingaggiano i territori solo per prosciugarli e delocalizzarne la ricchezza. Abbiamo bisogno, al contrario, di trattenere il valore nei territori e di tenere insieme il valore con i valori: quei legami, quei meccanismi di reciprocità oggi desertificati da una visione che riduce ogni cosa alla sola efficienza. È un’economia industriale nutrita dal dono, dal mutualismo, dalla produzione sociale, dalle relazioni. Cose che per decenni abbiamo derubricato a esternalità sociali, voci a margine del bilancio vero, e che oggi tornano a essere riconosciute per ciò che realmente sono: meccanismi generativi di valore. Non il residuo dell’economia, ma la sua sorgente più feconda. Il Piano diventa allora un bene comune, un bene che si conserva soltanto se reso oggetto di cooperazione tra i soggetti diversi. Articolato in quattro parti, interviene sul contesto istituzionale, sull’accesso a strumenti e risorse finanziarie, sulla valorizzazione del patrimonio e delle partnership, sulla formazione delle competenze. Ma ciò che davvero rilancia è la sussidiarietà, intesa non solo come logica verticale o orizzontale, ma come logica circolare: i soggetti dell’economia sociale, riconosciuti nella loro identità e capacità di trasformazione, diventano attori di valore pubblico. A patto, però, che il perimetro non si trasformi in recinto, che il Piano non sia calato dall’alto, che si introducano risorse significative e che si porti davvero l’economia sociale ai tavoli della creazione del valore, e non della sola redistribuzione. C’è una partita da giocare. L’informativa, da un lato, alza le aspettative verso provvedimenti più formali e vincolanti; dall’altro, è già oggi un immaginario, uno spazio su cui i soggetti dell’economia sociale, insieme agli attori economici, possono ridisegnare nuove trasformazioni, ingaggiando i giovani e risignificando un lavoro troppo spesso mortificato nella sua valorizzazione integrale. La sfida, ora, è dei territori: prendersi il rischio di attivarsi, di sbagliare, di assumere i principi del Piano per sperimentare, di usare le risorse esistenti per fare qualcosa di diverso da prima, di ingaggiare persino l’intelligenza artificiale per creare occupazione buona e comunitaria, e non per sostituirla. Per chi alza lo sguardo, per chi ha voglia di fare cose nuove, con l’ambizione di rimettere in gioco anche i molti che oggi restano parcheggiati ai margini, l’economia sociale è quanto di meglio possa esservi. Bene il Piano, ma da oggi la sfida passa alla società, e si misurerà sulle azioni e non solo sulle intenzioni.
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